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ARCHIVIO NEWS 22/12/2005 TERAPIA MIRATA PER I TUMORI A TESTA E COLLO
22/12/2005 'CELLULE-MEMORIA' BLOCCANO DIFFUSIONE NEOPLASIE
19/ 12 /2005 75% MALATI ITALIANI USA ANCHE TERAPIE NON CONVENZIONALI, PRIMI IN UE
15/12/2005 SCOPERTA MOLECOLA CHE ACCENDE DOLORE CRONICO
12/12/2005 APPROVATO IN ITALIA FARMACO PER TUMORE DEL SENO
1/12/2005 PRIMO PROTOCOLLO ITALIANO DIAGNOSI RETINOBLASTOMA
24/11/2005 'NETWORK' DI CENTRI SPECIALIZZATI IN TUMORI COLON-RETTO
21/11/2005 IL PROF. SCANNI INTERVIENE SUL TEMA DICHIARAZIONI AMPIAMENTE RIPORTATE DAGLI ARTICOLI SU CORRIERE E REPUBBLICA DEL 19/11
18/11/2005 IN LOMBARDIA 41MILA NUOVI CASI L'ANNO, 1 PAZIENTE SU 5 DA FUORI REGIONE
17/11/2005
16/11/2005 IL PROF. SCANNI INTERVIENE
16/11/2005 25% CASI PROSTATA POTREBBE NON ESSERE UTILE CURARLO
16/11/2005 PROMETTENTI PRIMI RISULTATI VACCINO ANTI-CANCRO PANCREAS
14/11/2005 DIETA MEDITERRANEA RIDUCE RISCHIO TUMORI PER DONNE
10/11/2005 80% FONDI PER HOSPICE MAI SPESO 46 MILA TERMINALI L'ANNO SENZA CURE PALLIATIVE
7/11/2005 IN CAMPANIA NUOVA LEGGE SU TUMORI AL SENO
3/11/2005 NUOVA TERAPIA MIRATA PER TUMORE AL RENE
27/10/2005 VESCICA; TEST DIAGNOSI PRECOCE
20/10/2005 APPROVATO FARMACO ANTICORPO PER CURA MIRATA AL COLON
17/10/2005 UN DECESSO SU 5 LEGATO A FUMO, PRIMA CAUSA DI MORTE PREVENIBILE
13/10/2005 STUDIO USA, CANCRO OVAIE SPESSO 'ACCOMPAGNA' QUELLO UTERO
10/10/2005 PIU’ PREVENZIONE TUMORI TRA DONNE E MENO FUMO
6/10/2005 OSSERVATE IN LABORATORIO FASI INIZIALI TRASFORMAZIONE DELLE CELLULE
29/9/2005 SENO; AL VIA CAMPAGNA PREVENZIONE NASTRO ROSA
27/9/2005 GINECOLOGI CONFERMANO UTILITA' TERAPIA ORMONALE
22/9/2005 NESSUN LEGAME TRA 'TELEFONINO' E TUMORE AL CERVELLO
15/9/2005 OSSICODONE AL POSTO DELLA MORFINA
13/9/2005 LO STRESS RIDUCE IL RISCHIO DI CANCRO AL SENO
7/9/2005 INAIL, 821 CASI DI ORIGINE PROFESSIONALE NEL 2005
5/9/2005 GENE 'LUMACA' RENDE PIU' AGGRESSIVO MELANOMA
1/9/2005 PELLE BIANCA?, RISCHIO CANCRO ANCHE SENZA SOLE
23/8/2005 IN GRAN BRETAGNA KIT VIA POSTA PER PREVENZIONE TUMORI INTESTINO
5/8/2005 SENO, STUDIO SCOPRE LEGAME CON LIVELLI DI MELATONINA
3/8/2005 CURE ORMONALI SOSTITUTIVE, STUDIO IARC VALUTA RISCHI
25/7/2005 270MILA NUOVI CASI L'ANNO, AL VIA CAMPAGNA: MINISTERO E ASSOCIAZIONI PRIMA VOLTA UNITI PER LA PREVENZIONE
21/7/2005 SENO,ALCUNE LESIONI BENIGNE PREDICONO SVILUPPO CANCRO
18/7/2005 AISOS, NUOVI PROGETTI PER PICCOLI PAZIENTI CON OSTEOSARCOMA
11/7/2005 PROSTATA, DIAGNOSI PRECOCE RIDUCE MORTALITA'
8/7/2005 TUMORI ORALI FORSE DIAGNOSTICABILI CON TEST SALIVA
7/7/2005 CIRCA 33 MILA VOLONTARI E OLTRE 400 ASSOCIAZIONI IN ITALIA
7/7/2005 TUMORI DEL SANGUE, GUARIGIONI IN CRESCITA
1/7/2005
23/6/2005 SENO, UNA DONNA SU 3 NON FA LO SCREENING
20/6/2005 ONLINE AZALEA,PRIMA BIBLIOTECA VIRTUALE IN ONCOLOGIA
16/6/2005 MINISTERO: 201 HOSPICE ENTRO 2006 ARRIVEREMO A 2232 POSTI LETTO
15/6/2005 IL MINISTRO: TERAPIA DOLORE IN PIANO SANITARIO
13/6/2005 NUOVO APPROCCIO PER CARCINOMI BASOCELLULARI
9/6/2005 FOTODINAMICA NUOVO APPROCCIO PER CARCINOMI PELLE
9/6/2005 A PROPOSITO DELLE STAMINALI: SENO,PER CRESCERE STAMINALI SANE VENGONO IPNOTIZZATE
6/6/2005 LE LINEE GUIDA SU DIRITTI DEI MALATI IN EUROPA
30/5/2005 CANCRO COLON, MENO RISCHI PER CHI USA STATINE
26/5/2005 STUDIO USA; SENO, ESERCIZIO DIMEZZA RISCHI RECIDIVE
25/5/2005 PROSTATA; CHIRURGIA SALVAVITA,MENO METASTASI
23/5/2005 LA STORIA - IO MALATA DI CANCRO, GUARITA DALLE MIE STAMINALI
19/5/2005 ASSOCIAZIONI, PIU' ATTENZIONE A 'SOPRAVVIVENTI'
16/5/2005 AUMENTANO TERAPIE MIRATE PER CURA SENO
9/5/2005 UTERO: SOLO 50% DONNE FA PAP TEST
5/5/2005 LEUCEMIE,DA LUNEDI' AL VIA MARATONA TV UE PER RACCOLTA FONDI
2/5/2005 POLMONE, NUMERO CASI RADDOPPIATO IN 30 ANNI
28/4/05 PELLE; 65MILA CASI ANNO, EPIDEMIA DI MELANOMA
21/4/2005 TEST DEL SANGUE PER DIAGNOSI CANCRO 'DA AMIANTO'
18/4/2005 IL FUMO ACCELERA PERDITA VITAMINA ED ESPONE AI TUMORI
15/4/2005 EPATITE C, IN ITALIA MENO DEL 2% MALATI IN TERAPIA SU 1,5 MILIONI AFFETTI DAL VIRUS
13/4/2005 NUOVO STRUMENTO SEMPLIFICA LA DIAGNOSI: BIOPSIE CON 50 CELLULE
11/4/05 DIAGNOSTICA: IN ITALIA 40% MAMMOGRAFI CON OLTRE 10 ANNI
7/4/2005 CONTRO MELANOMA SPERANZE DA TERAPIA GENICA
5/4/2005 QUANDO IL TUMORE E’ INOPERABILE, POSSIBILE LA RADIOABLAZIONE, INTERVENTO D’ASPORTAZIONE COL CALORE
4/4/2005 STUDIO 'ASSOLVE' CELLULARI, NESSUN LEGAME CON CANCRO AL CERVELLO MA PER AVERE LA CERTEZZA OCCORRERANNO ANCORA 10 ANNI 31/3/2005
VACCINO
PER I TUMORI AL COLLO DELL’UTERO PROTEGGE ANCHE DAI CONDILOMI. MA IN ATTESA, EFFETTUARE IL PAP TEST O L'HPV TEST, ESAMI SALVAVITA
29/3/2005 INDEBOLIRE LE CELLULE TUMORALI PER RIDURRE LE DOSI DI FARMACI
24/3/2005 IN EUROPA 1 MALATO SU 3 RICORRE ALLA MEDICINA ALTERNATIVA
21/3/2005 “LA VOCE DEI PAZIENTI”, LE STORIE DEI MALATI DI CANCROIN UN LIBRO L’ESPERIENZA DEL NUMERO VERDE AIOM
17/3/2005 LE PAROLE DI VERONESI RISCHIANO DI DISORIENTARE
15/3/2005 ANZIANI A RISCHIO DISCRIMINAZIONE NELLE CURE
14/3/2005 TUMORI:
CERVELLO, CHEMIO RADDOPPIA SOPRAVVIVENZA
10/3/2005 FUMATRICI IN GRAVIDANZA, NASCITURO A RISCHIO CANCRO
3/3/2005 PROSTATA, CHEMIOTERAPICO AUMENTA LA SOPRAVVIVENZA
24/2/2005 UN MODELLO MATEMATICO PER FREQUENZA MAMMOGRAFIE
21/2/2005
14/2/2005 NUOVO SISTEMA ECOGRAFICO ATTIVO AL FBF
10/2/2005 COMPOSTO ANTICANCEROGENO TROVATO NELLE CAROTE
9/2/2005 CANCRO COLON, L’AUTOCONTROLLO PUO' SALVARE LA VITA
8/2/2005 RIDUZIONE DELLE LISTE D’ATTESA: LE ULTIME PROPOSTE
3/2/2005 TUMORE AL SENO, DONNE IN SOVRAPPESO PIU' A RISCHIO
2/2/2005 USA, ANTICORPI RADIATTIVI SCONFIGGONO LINFOMA
01/02/2005 IL SECONDO NUMERO DI FBF ONCOLOGIA, ANCHE ON LINE
31/01/2005 PROSTATA, LA DIAGNOSI CON TEST DEL PSA NON E’ ACCURATA SU OBESI
28/01/2005 NON ESISTE PERSONALITA' PREDISPOSTA A CANCRO
24/1/2005 SCOPERTA PROTEINA 'POKEMON' BERSAGLIO PER CURE ANTITUMORI
A RISCHIO CANCRO I BAMBINI NATI DA DONNE ESPOSTE A SMOG URBANO
21/1/2005 IL MELANOMA PUO' REGREDIRE CON VACCINO A BASE DI PROTEINE TUMORALI
19/1/2005 NELLA BOCCA IL FUMO AUMENTA DI 4 VOLTE UNA MOLECOLA TUMORALE
17/1/2005 SARCOMA DI EWING, PROGETTO DI RICERCA UE
TIROIDE, NUOVE STRATEGIE DIAGNOSI RECIDIVE
14/1/2005 SCOPERTI NUOVI GENI DIRETTAMENTE SU CELLULE MALATE
SENO, LE PROPRIETA’ DELL’OLIO D'OLIVA
L’EPATITE C AUMENTA I RISCHI DI LINFOMA NON-HODGKIN
13/1/2005 PIU' RISCHI COLON-RETTO PER CHI CONSUMA TROPPA CARNE ROSSA
NUOVE 'RIVELAZIONI' SU LEGAMI DIETA E TUMORI
12/1/2005 NELL'EMBRIONE I MECCANISMI CHE SCATENANO I TUMORI
11/1/2005 ACIDO
RETINOICO EFFICACE CONTRO I LINFOMI NON HODGKIN
10/1/2005 FRUTTA
CONTRO IL CANCRO ALLA PROSTATA
ITALIANI SCOPRONO 'TALLONE D'ACHILLE' DEL NEUROBLASTOMA
9/1/2005 CANCRO
DELLA VESCICA: STOP ALLA CHIRURGIA RADICALE A TUTTI I COSTI
7/1/2005 LEUCEMIA, PROMETTENTI DUE FARMACI SPERIMENTALI
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TERAPIA MIRATA PER I TUMORI A TESTA E COLLO APPROVATA IN SVIZZERA L’anticorpo monoclonale cetuximab, prima terapia mirata approvata in Italia e in altri 47 Paesi contro il cancro del colon metastatico, ha ricevuto in Svizzera l’indicazione per i tumori della testa e collo localmente avanzati in combinazione con la radioterapia. L’indicazione arriva dopo i risultati di uno studio randomizzato di Fase III condotto su 424 pazienti. La combinazione ha dimostrato di aumentare la mediana di sopravvivenza di 19,7 mesi e ha ridotto i rischi di recidive locali rispetto alla sola radioterapia. Secondo gli esperti si tratterebbe del risultato più significativo nel trattamento di questi tumori negli ultimi 30 anni: adesso si attende una decisione dell’EMEA, l’ente regolatorio europeo, che dia il via libera in tutti i 25 Paesi UE. In Europa sono poco meno di 110.000 le persone colpite ogni anno da questi tumori e 40.000 sono i decessi. Praticamente tutti i tumori di testa e collo esprimono il fattore di crescita EGFR che è inibito dal cetuximab. 'CELLULE-MEMORIA' BLOCCANO DIFFUSIONE NEOPLASIE Ci sono cellule ''amiche'' che impediscono ai tumori di svilupparsi e meno sono, piu' alta e' la probabilita' dello sviluppo delle cellule malate. La scoperta e' dei ricercatori francesi dell'Istituto nazionale di sanita' e della ricerca medica (INSERM). Chiamate ''cellule-memoria'' queste impediscono ad esempio lo sviluppo di piccoli tumori dei fumatori. I ricercatori hanno analizzato 959 tumori al colon ed al retto in pazienti dell'ospedale Georges Pompidou. Secondo la ricerca il risultato e' chiaro: quando queste cellule- memoria sono presenti l'evoluzione e' favorevole e nel 70% dei casi non si registrano metastasi. All'incontrario in caso di assenza di queste cellule le possibilita' di guarire si fermano al 40%. ''La sopravvivenza dei pazienti risulta molto inferiore se non ci sono le cellule-memoria'' sostiene uno dei ricercatori, il prof. Frank Page', sentito da Le Parisien. Questi risultati sembrano avere ancora piu' importanza in quanto stanno per essere confermati da ricerche su altri tipi di tumore. ''Non abbiammo ancora i dati definitivi di una ricerca sul cancro ai polmoni ma le prime conclusioni sono identiche. Questi lavori mostrano chiaramente l'esistenza di un rapporto di causa-effetto tra il nostro sistema immunitario e lo sviluppo o no del cancro'' ha detto Harve' Fridman direttore dell'unita' dell'Inserm che ha condootto le ricerche. Resta da capire la ragione di reazioni diverse di fronte alla malattia. ''Abbiamo tutti nel nostro sangue cellule-memoria linfocite T che noi fabbrichiamo dal momento in cui incontriamo il primo virus. Ma non si sa perche' alcuni ne sviluppano di piu' ed altri non ne sviluppano al momento dell'apparizione di un tumore, sottolinea un altro ricercatore, Jerome Galon. Non e' stato messo in evidenza alcun collegamento con sesso o eta'. I ricercatori hanno cosi' deciso di compiere uno studio complementare per ricercare una pista genetica in quei geni che hanno molte cellule-memoria. Al momento attuale, riferisce il giornale, sembra impossibile determinare il propio livello di cellule-momoria attraverso analisi del sangue. Occorrono analisi particolarmente complesse che possono essere sostnute a livello di ricerca, aggiunge il giornale scoraggiando quanti possano immaginare di andare subito a controllare qual e' la loro situazione individuale di resistenza al tumore. Per quanto riguarda i tumori per il giornale la ricerca puntera' ora su vaccini, seguendo l'esempio di quello prodotto contro il Papillomavirus, per stimolare la produzione di cellule- memoria
75%
MALATI ITALIANI USA ANCHE TERAPIE NON CONVENZIONALI, PRIMI IN UE
SCOPERTA MOLECOLA CHE ACCENDE DOLORE CRONICO Dolore cronico: e' stata scoperta un'importante molecola che accende la miccia rendendo un inferno la vita di molte persone, il Fattore Neurotrofico Derivato del Cervello (BDNF). A rivelarlo sono alcuni studi condotti su topolini alla Universite' Laval e The Hospital for Sick Children (SickKids) in Canada e codiretti da Yves De Koninck e Michael Salter. Secondo quanto riferito sulla rivista Nature, la scoperta potrebbe rappresentare un punto di svolta per diagnosi e cure dell'allodinia, percezione di un dolore dovuto a uno stimolo di per se' non doloroso. Il dolore cronico, che puo' essere di varia intensita' e rendere un incubo la vita di tutti i giorni, si deve principalmente a lesioni dei nervi o e' conseguenza di malattie che danneggiano la funzionalita' del sistema nervoso periferico quali il diabete, le infezioni da herpes zoster, il cancro. Di norma sentiamo dolore in seguito a stimoli precisi sul nostro corpo. Gli stimoli dolorosi sono trasferiti da nervi periferici a nervi del midollo spinale che a loro volta li trasmettono al cervello, nei centri del dolore. Ma nei pazienti questa trasmissione e' alterata, per cui ai centri del dolore arriva 'notizia' di stimoli che di per se' non sono affatto dolorosi. In questa alterazione intervengono cellule del sistema nervoso diverse dai neuroni, quelle che compongono la microglia. Ma i ricercatori finora non conoscevano i passaggi di questa trasmissione aberrante. Studiando topolini con neuropatia i ricercatori hanno scoperto che, in risposta a stimoli non dolorosi, la microglia rilascia il BDNF. Questa molecola attiva i neuroni del midollo spinale che comunicano coi centri cerebrali del dolore. L'ondata di BDNF rilasciato dalla microglia, quindi, sveglia in modo anomalo i neuroni spinali di raccordo tra corpo e centri del dolore nel cervello, col risultato che il soggetto avverte impropriamente dolore. Infatti se nei topolini malati si interferisce con BDNF o con i suoi recettori alla superficie dei nervi spinali, i topolini non sentono dolore. Viceversa, se nel midollo spinale di topolini sani viene iniettato BDNF, questi cominciano ad avvertire allodinia. Il dolore cronico ha elevati costi sanitari e sociali. Il grosso problema oggi e' anche la mancanza di tecniche diagnostiche precise, cio' che di fatto rende impossibile classificare il grado di malattia del paziente che lamenta dolore. Ma da oggi si potra' usare come riferimento la presenza di BDNF o altre molecole che si scopriranno coinvolte nella comunicazione tra microglia e nervi spinali.
APPROVATO IN ITALIA FARMACO PER TUMORE DEL SENO PRIMA DEL VIA LIBERO EUROPEO Nuove possibilita' di cura si aprono per uno dei piu' importanti tumori femminili: il carcinoma mammario. L'Agenzia Italiana del Farmaco, dopo attenta analisi dei risultati dello studio internazionale Hera, ha approvato, in attesa della registrazione da parte dell'Emea, l'impiego a carico del SSN del medicinale Trastuzumab (Herceptin) come terapia adiuvante nel trattamento del tumore della mammella Her2 positivo. Cio' e' stato possibile anche in assenza di una autorizzazione Emea per tale indicazione (prevista per agosto 2006) grazie all'inserimento del farmaco nell'elenco previsto dalla legge 648 del 96 per i medicinali con indicazioni non ancora approvate ma che rappresentano un vantaggio rilevante per il paziente in assenza di una valida alternativa terapeutica. I risultati dello studio internazionale Hera evidenziano la capacita' del Trastuzumab di aumentare significativamente (+8,4%) la sopravvivenza e di ridurre di oltre il 40% il rischio di recidive nelle pazienti operate.
PRIMO PROTOCOLLO ITALIANO DIAGNOSI RETINOBLASTOMA Messo a punto per la prima volta in Italia il protocollo di diagnosi e terapia del retinoblastoma, il tumore agli occhi piu' frequente in eta' pediatrica. Si presenta come una macchia bianca nella pupilla ma puo' togliere la vista ad un bambino. Se scoperto molto tardi, puo' portare all'asportazione dell'occhio o, in casi molto avanzati, anche a pericolo di vita. Il protocollo, messo a punto al policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, informa una nota, tiene conto dell'esperienza dell'Oculistica, diretta dal professor Aldo Caporossi, dove e' attivo il Centro di riferimento regionale per il retinoblastoma, affidato alla dottoressa Theodora Hadjistilianou, con la collaborazione del dottor Giacomo Lasorella responsabile dell'U.O. Oftalmologia Pediatrica, un filone di ricerca che nasce a Siena negli anni '50 con il professor Renato Frezzotti. ''La pluriennale esperienza in questo settore - spiega Caporossi - fa si' che la maggior parte dei bambini italiani affetti vengono inviati presso il nostro Centro per essere sottoposti alle cure necessarie. Negli ultimi anni si e' assistito anche all'arrivo di bambini stranieri. La terapia e la prognosi di questa neoplasia e' notevolmente cambiata negli anni; mentre in passato l'enucleazione era il trattamento di scelta oggi, grazie ad una diagnosi precoce ed a protocolli terapeutici conservativi, una elevata percentuale degli occhi affetti vengono salvati''. Il protocollo terapeutico sara' presentato alla comunita' scientifica nazionale il 2 dicembre nell'Aula Magna dell'Accademia dei Fisiocritici, durante un workshop organizzato dal professor Antonio Acquaviva, onco-ematologo del Dipartimento Materno-Infantile, diretto dal professor Guido Morgese. ''Siamo stati i primi a documentare l'efficacia terapeutica di una combinazione di due farmaci antitumorali per il retinoblastoma - aggiunge Acquaviva - con la riduzione, in alcuni casi, anche del 70%''. Il protocollo, messo a punto con un gruppo di specialisti delle Universita' di Siena, Padova e Bologna, coordinati dal professor Acquaviva, e' stato approvato dall'Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica. ''Il nostro obiettivo - conclude il professore - e' salvare la vita del bambino e conservare l'occhio e un visus utile. Se si osserva nella pupilla una macchia bianca o un'alterazione del suo colore normale e' indispensabile un'immediata visita dall'oculista''.
'NETWORK'
DI CENTRI SPECIALIZZATI IN TUMORI COLON-RETTO SPESE
PER LE TERAPIE: IL PROF. SCANNI INTERVIENE SUL TEMA DICHIARAZIONI
AMPIAMENTE RIPORTATE DAGLI ARTICOLI SU CORRIERE E REPUBBLICA DEL 19/11 Il problema dei costi delle terapie oncologiche - negli ultimi sei anni il costo della terapia è aumentato di ben 888 volte - va affrontato con le autorita' regionali e con quelle nazionali. E’ il parere del prof. Alberto Scanni, direttore dell’Oncologia Medica del Fatebenefratelli di Milano e coordinatore dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) per la Lombardia intervenuto al convegno 'Nuovi farmaci, vecchi problemi'. Le dichiarazioni del prof. Scanni sono state ampiamente riprese anche dalla stampa, in particolare su 2 articoli usciti su Corriere e Repubblica di sabato scorso 19 novembre 2005. ''Grazie alla ricerca, oggi possiamo contare su cure potenzialmente molto efficaci - ha detto Scanni - ma la situazione economica e' molto critica e potrebbe metterci di fronte a scelte che nessun medico vorrebbe mai fare''. Rispetto ai vecchi chemioterapici, le nuove terapie mirano a specifici bersagli molecolari legati al profilo genetico del paziente. Sono terapie personalizzate che hanno una maggiore efficacia di azione e minori effetti collaterali, ma a fronte di un costo molto piu' alto (appunto 888 volte quello delle terapie tradizionali). Queste terapie non sono pero' efficaci per tutti i pazienti. Gli studi, al contrario, mettono in evidenza come gli anticorpi monoclonali ottengano benefici solo contro certi tipi di tumore e a certi stadi della malattia: negli altri casi sono inutili. Non sempre, quindi, il farmaco innovativo e' piu' efficace di quello tradizionale. Per questo, secondo Scanni, ''visto che una terapia biologica per un carcinoma mammario costa fino a 30.000 euro a paziente, per evitare sprechi e' indispensabile individuare i pazienti che sicuramente beneficeranno della cura, cosi' come e' importante informare correttamente i malati''. Ma l'incidenza dei tumori cresce con l'invecchiamento della popolazione: saranno quindi sempre di piu' i malati che potranno avere benefici dalle terapie biologiche. ''Non possiamo quindi farci trovare impreparati - ha detto in proposito Scanni - o, peggio, obbligati a curare con farmaci vecchi quei pazienti che hanno la sventura di ammalarsi a novembre, invece che a gennaio, quando i budget sono esauriti''. Se gia' lo scorso anno un oncologo italiano su due (il 53%) rispondendo a un sondaggio dell'AIOM, si diceva condizionato dal bilancio economico del proprio ospedale nella scelta dei farmaci piu' innovativi, oggi la situazione si e' aggravata: sono diventati otto su dieci (83%) gli oncologi che confessano sempre all'AIOM il proprio disagio per i budget di spesa, che potrebbero pregiudicare l'accesso alle nuove terapie per gli oltre 292 mila italiani (oltre 41 mila nella sola Lombardia) che ogni anno vengono colpiti da un tumore. Cure piu' efficaci, quindi, ma risorse insufficienti. Cosa fare? ''Auspichiamo - ha detto Scanni - un confronto con le istituzioni per trovare possibili soluzioni: una di queste - la stiamo gia discutendo con l'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e con la Regione Lombardia - e' quella di escludere dai DRG (i rimborsi per prestazione, ndr) i farmaci innovativi, creando un fondo speciale distinto dai costi dell'attivita' clinica. Uno scorporo da molto tempo attivo in Sicilia e da poco introdotto nel Lazio''. Da parte loro, gli oncologi ''devono garantire - secondo Scanni - sia l'appropriatezza delle somministrazioni per evitare inutili sprechi, sia un'informazione corretta al paziente sulla scelta della terapia. Per questo - ha concluso l' oncologo milanese - bisognera' investire nei laboratori, perche' siano in grado di selezionare bene i pazienti suscettibili di avere un beneficio reale dai nuovi farmaci''.
IN
LOMBARDIA 41MILA NUOVI CASI L'ANNO, 1 PAZIENTE SU 5 DA FUORI REGIONE
CIBO
PUO' 'ALTERARE' IL DNA
SPERIMENTAZIONE DI BELLA: IL PROF. SCANNI INTERVIENE Alla presentazione del convegno 'Multiterapia Di Bella: evidenze scientifiche e conferme cliniche', che si svolgera' sabato 19 a Milano, Giuseppe Di Bella ha attaccato la sperimentazione fatta nel 1997-98 sull'efficacia della terapia ideata dal padre, che ebbe esito negativo, affermando che ai pazienti fu somministrato anche acetone (tossico per il fegato) insieme a farmaci scaduti. Di Bella chiede al Consiglio superiore di sanita' di poter partecipare alla commissione di revisione della sperimentazione, decisa dal ministro Sirchia e avviata dall'attuale ministro Storace. Pronta la reazione del professor Alberto Scanni direttore dell'Oncologia medica dell'Ospedale Fatebenefratelli che all'epoca fece parte della Commissione oncologica nazionale sulla sperimentazione della terapia, oltre che essere il responsabile della parallela sperimentazione fatta in Lombardia. Il prof. Scanni ha affermato: ''Sono illazioni denigratorie di una sperimentazione fatta in modo assolutamente serio secondo i protocolli fissati dal prof. Di Bella. Lo prova il fatto che i risultati lombardi furono esattamente sovrapponibili a quelli ottenuti a livello nazionale. Se poi, quando i risultati non fanno comodo si va a dire che i dati sono stati truccati...''. Giuseppe Di Bella ha affermato che il Consiglio Superiore di Sanita' (CSS), che era stato gia' attivato dal ministro Sirchia sull' ipotesi di una revisione della sperimentazione del '97, ''si e' rifatto vivo non appena il ministero e' passato nelle mani di Storace. Il ministro in persona mi ha ricevuto e mi ha promesso, alla presenza del professor Vincenzo Saraceni, capo della sua segreteria tecnica, che avrebbe dato mandato al CSS, di ripartire, nella revisione della sperimentazione, dall'esame delle basi scientifiche della Multiterapia Di Bella''. Ma il figlio del professore non si accontenta di questa promessa: chiede anche la garanzia di poter partecipare alla commissione che stabilira' i criteri di verifica. La commissione del CSS, a fine maggio, gli ha gia' richiesto della documentazione, fra cui una serie di indagini su pazienti che lui dice guariti dalla terapia. In risposta, Di Bella, dicendosi disposto a esibire le cartelle cliniche di quei pazienti, ha chiesto al Ministero di farsi carico ''dell'onere finanziario e logistico-organizzativo necessario per completare una serie di indagini e aggiornamenti di pazienti che, essendo guariti, hanno gia' da tempo concluso l'iter diagnostico e terapeutico''. I risultati della sperimentazione in Lombardia, al primo giugno 1998 evidenziarono che su 333 pazienti valutabili per una risposta clinica obiettiva, vi furono un caso di risposta parziale alla terapia (0,3%), 4 casi di risposte minori (1,2%); in 111 casi (33,3%) non si verifico' alcun cambiamento, in 168 casi (50,4%) il tumore progredi' nella stessa sede, in 49 casi (14,7%) il tumore progredi' in altra sede. In 246 pazienti si verificarono effetti tossici di vario grado. Si ebbero nausea e vomito (35%), diarrea (22%), tossicita' epatica (9%), tossicita' neurologica (11%), tossicita' metabolica (6%), tossicita' ematologica (3%). In 25 pazienti fu necessario sospendere il trattamento.
PROMETTENTI
PRIMI RISULTATI VACCINO ANTI-CANCRO PANCREAS 25% CASI PROSTATA POTREBBE NON ESSERE UTILE CURARLO Oltre un quarto dei tumori alla prostata scoperto in fase preventiva, grazie alle moderne tecnologie in grado ormai di rilevare anche minime forme pre-tumorali, verrebbe curato senza un effettivo bisogno dal momento che non arriverebbe mai a manifestarsi in forme aggressive e letali. E' quanto emerso da un convegno internazionale, ''Sovradiagnosi e sovratrattamento in Oncologia'', conclusosi oggi a Firenze, che ha riunito i maggiori specialisti del settore. La sovradiagnosi e' il problema che sta cominciando ad angosciare la moderna medicina tecnologica mondiale. Per il tumore alla mammella le stime sono piuttosto contenute (5-10%), ma per quello alla prostata sono molte alte, oltre il 25%. Per sovradiagnosi - ha spiegato Marco Rosselli Del Turco, direttore scientifico del Centro per la prevenzione oncologica di Firenze - si intendono le diagnosi precoci di lesioni tumorali che, seppure confermate istologicamente, non sarebbero mai state diagnosticate se l'interessato non si fosse sottoposto al controllo preventivo''. Le moderne tecnologie permettono di salvare moltissime vite, non sono pero' capaci di dire se il tumore allo stato iniziale progredira' o meno: ma il trattamento scatta in ogni caso. I relatori del convegno si sono riuniti proprio per interrogarsi su quale sia la reale incidenza della sovradiagnosi, anche considerato il forte impatto economico e sociale che essa rappresenta.
DIETA MEDITERRANEA RIDUCE RISCHIO TUMORI PER DONNE Gli ormoni sessuali femminili e gli estrogeni sono coinvolti nello sviluppo e nella crescita del tumore della mammella: uno studio alimentare, il Progetto Mediet, ideato e condotto dall'Unità operativa di Oncologia sperimentale e dal Registro tumori del Dipartimento oncologico dell'Azienda Civico di Palermo, ha dimostrato che le donne, modificando le proprie abitudini alimentari e adottando la dieta mediterranea, presentano una netta riduzione dei livelli totali di estrogeni. La riduzione interessa alcune componenti di questi ormoni che sembrano essere quelli più implicati nello sviluppo e nella crescita del tumore della mammella. La ricerca, che è stata presentata nel corso del workshop internazionale dal titolo 'Dieta e prevenzione del cancro', dunque, sostiene il ruolo primario che un regime dietetico-alimentare siciliano tradizionale potrebbe svolgere come fattore naturale di prevenzione primaria del tumore della mammella, attraverso la riduzione dei livelli di estrogeni e dei loro prodotti potenzialmente dannosi. L'obiettivo primario di questo progetto è fondato nella valutazione dell'impatto di una dieta tradizionale siciliana (mediterranea) sui livelli degli estrogeni in donne sane e ha dimostrato che questo regime dietetico può modificare quantitativamente e qualitativamente questi ormoni e, quindi, il rischio di sviluppo di questa forma tumorale. La ricerca Mediet, alla quale ha preso parte anche l'Universita' di Palermo, ha inizialmente coinvolto 400 donne (soggetti sani) in postmenopausa. Centoventi di questi soggetti sono stati ammessi a far parte dello studio sulla base di criteri di selezione specifici. Delle 120 donne selezionate, una metà è stata scelta 'a random', per rientrare nel gruppo di intervento dietetico, l'altra metà ha costituito il gruppo di controllo a dieta libera. L'intervento alimentare, coordinato insieme agli insegnanti di cucina dell'Istituto professionale Alberghiero 'Paolo Borsellino' di Palermo, ha previsto la preparazione di una serie di menu con le donne del gruppo di intervento. Alle donne i medici hanno raccomandato di seguire a casa un'alimentazione in linea con le indicazioni fornite. I piatti sono stati selezionati erano a base di verdure, legumi, cereali, pesce, e sono stati realizzati con la collaborazione delle donne. L'esperimento si e' protratto per circa un anno e ha incluso due momenti di verifica basati sulle stesse procedure di controllo, alle quali erano state sottoposte le donne all'inizio dello studio. Gli studi degli oncologi del 'Maurizio Ascoli' sono stati finanziati dal Comune di Palermo, dall'assessorato regionale all'Agricoltura e dalla Provincia Regionale.
80% FONDI PER HOSPICE MAI SPESO 46
MILA TERMINALI L'ANNO SENZA CURE PALLIATIVE
IN CAMPANIA NUOVA LEGGE SU TUMORI AL SENO La nuova legge regionale per la tutela delle donne ammalate di tumore al seno viene salutata con soddisfazione nell'istituto oncologico Pascale di Napoli. La normativa prevede le Breast Unit, unita' operative ospedaliere ad alta specializzazione, che hanno il compito di individuare i centri specialistici, definire gli standard diagnostici e di trattamento, costituire un mezzo di accreditamento e monitoraggio attraverso le linee guida dell'unita' di senologia. Il tutto con l'obiettivo di evitare la migrazione sanitaria e poter contare su strutture ospedaliere che, in collaborazione con associazioni di volontariato, provvedano alla prevenzione, alla cura, al follow up e alla riabilitazione delle pazienti.
NUOVA TERAPIA MIRATA PER TUMORE AL RENE Nuove speranze per il trattamento del carcinoma renale arrivano da una innovativa 'terapia mirata', basata sull'azione di una molecola intelligente (sorafenib) che colpisce direttamente i meccanismi di nutrizione e proliferazione del tumore aumentando cosi' la sopravvivenza del paziente e diminuendo al contempo la tossicita' della terapia. Lo hanno annunciato gli oncologi nel corso di un incontro a Chantilly, alla vigilia del Congresso europeo di oncologia (Ecco) in programma a Parigi dal 30 ottobre al 3 novembre ed al quale parteciperanno oltre 10 mila esperti. Lasciano dunque ben sperare gli aggiornamenti dei risultati di uno studio di fase 3 condotto su 760 pazienti affetti da carcinoma renale avanzato. Si tratta del piu' grande studio mai condotto per questo tipo di neoplasia e i dati, hanno sottolineato gli specialisti, dimostrano che la terapia mirata (la cui approvazione in Usa ed Europa e' prevista entro il 2006) raddoppia, rispetto al trattamento con placebo, il tempo di sopravvivenza del paziente colpito da cancro al rene senza una crescita significativa del tumore. Il carcinoma renale e' la forma piu' diffusa di tumore renale negli adulti: ogni anno nel mondo si registrano 208 mila nuovi casi e 102 mila decessi per questa patologia. In Italia, le vittime di questo tipo di neoplasia sono oltre 2000 l'anno e 4 mila i nuovi casi diagnosticati.
VESCICA; TEST DIAGNOSI PRECOCE PARLA L'IDEATRICE MOLTE LE RICHIESTE ARRIVATE DAGLI USA Sono moltissime le richieste arrivate in un solo giorno dagli Stati Uniti e relative al test italiano delle urine per la diagnosi precoce del tumore alla vescica. Il mertodo molecolare e' stato ideato da Rosella Silvestrini, insieme a Maria Aurora Sanchini e Daniele Calistri del Laboratorio di Biologia Molecolare Divisione di Oncologia Medica presso l'Ospedale Morgagni Pierantoni di Forli', diretto da Dino Amadori, che ancora non hanno individuato chi lo produrra'. Dopo l'annuncio, ieri, dell'imminente pubblicazione sulla rivista Jama della ricerca che ha permesso di mettere a punto il test non invasivo, ''siamo subissati di richieste da parte di giornalisti americani e da parte dell'industria'', ha detto Rosella Silvestrini. ''Il test - ha spiegato - da' una risposta in 2-3 giorni, per gli uomini di eta' inferiore ai 75 anni, ha un'accuratezza del 90% e una specificita' del 94%, cio' significa - precisa Silvestrini - che riesce a individuare il tumore in 9 casi su 10 e solo 6 su 100 sono dei 'falsi positivi'''. I vantaggi del nuovo test diagnostico sono numerosi rispetto agli altri metodi di indagine validati finora. ''Innanzitutto si tratta di un esame non invasivo a differenza della cistoscopia, per la quale e' necessaria quanto meno un'anestesia locale - dice l'esperta - inoltre, a differenza della cistoscopia, oltre ad avere la stessa specificita', e' piu' accurato: 90% contro l'84% del test invasivo. Se poi si confronta con l'analisi citologica, che individua l'eventuale presenza di cellule tumorali che sono 'defoliate' nella vescica, si vede - aggiunge - che ancora una volta il nostro test e' piu' vantaggioso. L'analisi citologica, infatti, oltre ad essere soggettiva e non oggettiva come il test delle urine, pur non essendo invasiva ha una sensibilita' del 50% contro il 90%. La specificita' e' necessariamente piu' alta, perche' chi effettua l'analisi isola direttamente le cellule tumorali''. Anche sul versante dei costi ci sono evidenti vantaggi: ''a fronte dei 50 euro per un'analisi citologica, il test ne costa circa solo 20'', dice Silvestrini. ''L'incidenza del tumore alla vescica e' di 160 casi su 100 mila - dice Silvestrini - secondo noi il test potrebbe essere impiegato per screening sulla popolazione a rischio. In particolare coloro che presentano sintomi infiammatori, perdite di sangue nelle urine (ematuria), pazienti che nel 10-15% dei casi hanno effettivamente un tumore alla vescica, oltre poi alle persone che stanno per molto tempo a contatto di vernici, coloranti, come gli addetti alle raffinerie. Categorie che rischiano fino a 40 volte in piu' di ammalarsi rispetto alla media''.
APPROVATO FARMACO ANTICORPO PER CURA MIRATA AL COLON TRA GLI SCOPRITORI UN ITALIANO CHE LAVORA IN USA Da oggi sara' disponibile anche in Italia un farmaco che apre speranze ai malati di tumore al colon. Illustrato al settimo congresso nazionale di oncologia medica (Aiom) in corso a Napoli fino al 21 ottobre, il nuovo farmaco antiangiogenetico, cioe' in grado di bloccare l'afflusso di sangue indispensabile alle cellule tumorali per alimentarsi e' un anticorpo monocolale (bevacizumab) ed e' stato sviluppato, negli Stati Uniti, da un ricercatore italiano, Napoleone Ferrara. In Italia, dove sono oltre 37 mila i nuovi casi ogni anno di carcinoma del colon, l'utilizzo del primo farmaco in grado di 'affamare' il tumore ha portato importanti risultati, come hanno sottolineato in conferenza stampa il professor Roberto Labianca, presidente nazionale Aiom, Emilio Bajetta (che sara' a capo dell'Associazione oncologica dal prossimo 21 ottobre per due anni) e dal professor Gianpaolo Tortora, oncologo medico dell'Universita' Federico II di Napoli. ''In uno studio condotto su oltre 900 pazienti - ha spiegato Labianca - l'aggiunta di bevacizumab alla terapia convenzionale ha aumentato del 30 per cento la sopravvivenza globale e del 71 per cento la sopravvivenza libera da malattia. Dati clamorosi per un tumore che viene considerato un big killer: provoca, infatti, 17 mila decessi in Italia e 500 mila nel mondo''. Nel tumore al colon ''un ruolo importante viene svolto dalla chirurgia - ha evidenziato ancora Labianca - ma per poter integrare gli effetti positivi degli interventi chirurgici e per le metastasi linfonodali e' necessario avere un farmaco che, in prospettiva, possa essere utilizzato dopo la chirurgia''. ''Il 'bevacizumab' - ha spiegato il professor Tortora - e' un farmaco anti VEGF, fattore che regola il processo di crescita dei vasi del sangue (angiopgenesi). Come avviene per i tessuti sani, anche per i tumori l'accrescimento e la sopravvivenza dipendono dalla presenza di un'estesa rete di vasi sanguigni. Il nuovo farmaco inibisce la formazione di nuovi vasi sanguigni nel tumore, limitandone l'accrescimento e migliora la penetrazione e l'efficacia dei chemioterapici''. La molecola, che innesca il meccanismo innovativo, ha portato i ricercatori a studiare la sua applicazione anche in altri tipi di tumori come il polmone, la mammella, l'ovaio e il pancreas. Il costo del farmaco, per un mese di terapia, e' di 3.500 euro e normalmente il suo utilizzo e' previsto, ha spiegato ancora Labianca, per 6 mesi. Per il professor Bajetta ''le scoperte di biologia molecolare ci consentiranno, in un futuro ormai prossimo, una personalizzazione della terapia. Compito dell'Aiom e' coordinare i gruppi di studio ad hoc, per esempio di quelli chiamati a ridefinire i criteri di valutazione della risposta dei farmaci. E' necessario inoltre stabilire anche nuovi parametri predittivi di questa risposta: selezione dei pazienti, anche in ragione di un'ottimizzazione della cura visto i costi elevati; definire la durata della terapia in caso di combinazione con chemioterapici e, di conseguenza, la modalita' di somministrazione''.
UN DECESSO SU 5 LEGATO A FUMO, PRIMA CAUSA DI MORTE PREVENIBILE Solo
nel 2000, si sono verificate in tutto il mondo circa 1,4 milioni di morti
dovute a cancro provocato dal fumo. Che, secondo uno studio statunitense
pubblicato sull''International Journal of Cancer', corrispondono a oltre
un decesso dovuto al fumo ogni cinque morti da cancro. L'autore Majid
Ezzati, dell'Harvard School of Public Health di Boston, commenta quindi
che ''il fumo di sigaretta puo' essere considerato la principale causa
prevenibile di morte''. E aggiunge che, ''malgrado sia ampiamente
accettato che il fumo costituisca una causa di cancro, ci sono poche
informazioni su come contribuisce ad aumentare il numero dei casi di
cancro in combinazione ad altri fattori di rischio che influenzano in
generale la mortalita' per cancro''.
STUDIO
USA, CANCRO OVAIE SPESSO 'ACCOMPAGNA' QUELLO UTERO PIU’
PREVENZIONE TUMORI TRA DONNE E MENO FUMO
STUDIO ISS STUDIA PROGRESSI SALUTE ITALIANI Diminuisce il vizio del fumo tra gli italiani: il 38% dice di aver diminuito il numero delle sigarette; le donne dimostrano di prendere sul serio la prevenzione: migliora infatti lo screening per il tumore della cervice uterina e per quello al seno; ma rimane ancora molto strada da fare nella prevenzione del cancro al colon retto. Sono alcuni dei risultati dello studio coordinato dall’Istituto superiore di sanità chiamato PASSI che ha fotografato i progressi compiuti dalle Asl sulla salute degli italiani. Secondo la ricerca presentata all’Iss dall’epidemiologa Stefania Salmaso e che ha coinvolto 123 Asl, risulta che e’ ancora insufficiente la copertura vaccinale antinfluenzale tra le persone a rischio: in media solo il 28% delle persone, tra i 18 e i 65 anni, con almeno una condizione a rischio (diabete, tumore, malattie cardiovascolari) si è vaccinata lo scorso anno. Secondo lo studio, risulta alta la percentuale relativa allo screening tra le donne per la prevenzione dei tumori: quasi l’80% delle donne tra 50 e 69 anni ha eseguito almeno un pap test nella vita, ma solo due donne su tre l’hanno eseguito almeno ogni tre anni come raccomandato. Inoltre il 79% ha effettuato almeno una mammografia, ma una proporzione minore l’ha eseguita a intervalli di due anni. Appena il 13% degli ultracinquantenni, invece, ha eseguito un test per la ricerca del sangue occulto nelle feci, una sigmoidoscopia o una colonscopia a scopo preventivo. Infine, a quasi un anno dall’entrata in vigore della nuova normativa, sembrano iniziare a cambiare le abitudini degli italiani con il vizio del fumo: il 38% dichiara di aver diminuito il numero di sigarette fumate ogni giorno. E di questi, circa uno su tre ha provato a smettere definitivamente. Le proporzioni riportate dalla ricerca variano però molto tra diverse ASL anche di una stessa regione con la possibilità di individuare situazioni di migliore efficacia a parità di contesto.
OSSERVATE IN LABORATORIO FASI INIZIALI TRASFORMAZIONE DELLE CELLULE Per la prima volta e' stata direttamente osservata in laboratorio la trasformazione di una cellula sana in una cellula tumorale. A scatenare il cambiamento e' stata una proteina contenuta nell'Helicobacter pylori, il batterio responsabile dell'ulcera e del tumore dello stomaco la cui scoperta e' stata premiata lunedì scorso con il Nobel per la Medicina a Barry Marshall e J. Robin Warren. ''Abbiamo visto in cellule in coltura che la proteina di un batterio, da sola, riesce a causare un tumore'', ha detto Rino Rappuoli, direttore scientifico del Centro di ricerche della Chiron a Siena, dove e' avvenuta la scoperta. La ricerca, in via di pubblicazione sulla rivista dell'Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti, PNAS, e' la prima a descrivere un processo inafferrabile, per decenni inseguito da gruppi di ricerca di tutto il mondo ma giudicato sostanzialmente impossibile da osservare. Secondo Rappuoli si tratta di una scoperta che deve molto alle ricerche premiate quest'anno con il Nobel. ''E' una scoperta fondamentale nel campo dei tumori'', ha osservato, e che ha percorso una strada nuova, che passa attraverso lo studio dei batteri anziche' per le strade tradizionali del DNA e dei virus. La proteina, chiamata CagA, e' studiata da oltre dieci anni. E' stata infatti sequenziata nel 1993 e nel 2003 lo stesso gruppo di ricerca ha scoperto come riusciva a penetrare all'interno delle cellule. ''Adesso, dopo due anni e mezzo di ricerche, facciamo fatica noi stessi a credere a quanto abbiamo visto'', ha detto in un'intervista uno degli autori del lavoro, Antonello Covacci, responsabile del laboratorio di Microbiologia e Bioinformatica del Centro di ricerche della Chiron. A rendere possibile questo risultato straordinario e' stata la proteina CagA, che riesce ad innescare il processo di trasformazione di una cellula sana in un tempo straordinariamente rapido: appena 6 o 12 ore. Per osservare la trasformazione delle cellule in forme di tumore diverse da quella dello stomaco sarebbero invece necessari perfino degli anni. In poche ore, invece, la proteina riesce a bloccare il processo di differenziamento della cellula che invade. In altre parole la fa completamente regredire nel suo processo di sviluppo: da cellula adulta dell'epitelio diventa una cellula con caratteristiche staminali e quindi potenzialmente immortale, come sono le cellule tumorali. E' un risultato che non avra' conseguenze pratiche immediate, e' ancora lontano da qualsiasi applicazione clinica, ha rilevato Covacci, ma segna comunque una tappa fondamentale nella lotta contro i tumori. ''E' una ricerca di base - ha detto - che apre la via nella comprensione di fenomeni che sono alla radice della conversione della cellula normale in tumorale''.
TUMORI: SENO; AL VIA CAMPAGNA PREVENZIONE NASTRO ROSA
GINECOLOGI CONFERMANO UTILITA' TERAPIA ORMONALE DOCUMENTO ITALIANO DIFFERISCE DA POSIZIONE RICECATORI USA ''Donne, questa la verita' sulla terapia ormonale sostitutiva. Parola di ginecologi. La terapia ormonale se correttamente utilizzata migliora significativamente la qualita' di vita delle donne in epoca postmenopausale''. A parlare, in un documento congiunto approvato proprio in conclusione del Congresso nazionale della Societa' italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) sono tutti i ginecologi italiani, per la prima volta riuniti per prendere posizione dopo l'allarme suscitato da ricerche americane. La firma sul documento e' dei ginecologi ospedalieri (Aogoi), universitari (Agui), della Societa' Italiana (Sigo) , della Societa' di ginecologia della terza eta' (Sigete, della Societa' della menopausa (Sim), dei Ginecologi extraospedalieri (Ageo), dei Ginecologi consultoriali (Agico) e del Gruppo operativo menopausa dell'Emilia-Romagna (Goerm). C'e' un dato nel documento che taglia netto alle accuse alla terapia ormonale sostitutiva di provocare danni al cuore e di aumentare il rischio di tumori: ''Non esistono dati che dimostrino un rischio cardiovascolare quando la terapia ormonale sostituiva e' iniziata in donne sane in coincidenza con l'avvento della menopausa''. ''Le donne italiane e i loro medici - dice Domenico de Aloysio, copresidente del Congresso con Pietro Di Donato, che ha coordinato tutto il gruppo delle Societa' che hanno approvato il documento - davanti alle notizie provenienti soprattutto dagli Stati Uniti erano impaurite. Bisognava dire una parola chiarificatrice. Tutto il pianeta della ginecologia italiana si e' trovato concorde nel sottolineare i vantaggi senza pero' minimizzare i limiti della terapia. ''La terapia ormonale sostitutiva non aumenta l'incidenza del tumore dell'utero (endometrio) e dell'ovaio e riduce l'incidenza del cancro del colon-retto. La terapia ormonale sostitutiva con estrogeni in associazione con progestinici, aumenta in modo modesto e non statisticamente significativo (0.8 casi ogni 1000 donne trattate per almeno cinque anni) il rischio di comparsa di tumore al seno e tale aumento sembrerebbe essere legato ad un effetto promuovente la crescita di un tumore gia' iniziato ma non ancora diagnosticato. La terapia ormonale sostitutiva ne anticiperebbe solo la diagnosi. L'aumento del rischio cessa con l'interruzione della terapia. Pertanto non v'e' differenza nel rischio tra chi ha usato in passato la terapia ormonale e chi non ne ha mai fatto uso. Il progestinico associato all'estrogeno sembra in un qualche modo essere responsabile dell'aumento del rischio. La terapia con soli estrogeni sembra non aumentare la frequenza del tumore al seno, ma anzi comporterebbe una lieve riduzione, non significativa, del rischio. I tumori al seno insorti durante la terapia ormonale sostitutiva hanno una prognosi migliore''. Il documento porta queste conclusioni: ''1) La terapia ormonale sostitutiva, al pari di qualsiasi terapia, ha un rischio terapeutico che per essere minimizzato va valutato e soppesato caso per caso in relazione al quadro clinico individuale e alle reali necessita' terapeutiche che sono diverse da donna a donna e, nella stessa donna, possono modificarsi nel tempo ('personalizzazione della terapia'). 2) La terapia ormonale migliora significativamente la qualita' di vita delle donne in epoca menopausale. 3) La terapia ormonale sostitutiva e' indicata nel trattamento dei sintomi della sindrome climaterica e dei disturbi legati ad alterazioni del trofismo genito-urinario. 4) La terapia ormonale sostitutiva e' efficace nella prevenzione dell'osteoporosi e delle fratture osteoporotiche. 5)Non esistono dati che dimostrino un rischio cardiovascolare allorquando la terapia ormonale sostitutiva e' iniziata in donne sane in coincidenza con l'avvento della menopausa. 6) La terapia ormonale sostitutiva va usata con cautela in eta' avanzata ed e' sconsigliata in presenza di fattori di rischio e patologie cardiovascolari''.
NESSUN LEGAME TRA 'TELEFONINO' E TUMORE AL CERVELLO Niente timori per gli amanti dei telefoni cellulari o per chi, al di là della passione per il 'telefonino', è costretto a farne uso per lavoro o altre necessità. Uno studio 'made in Uk', infatti, 'scagiona' l'uso del cellulare, più volte accusato di incrementare i rischi di cancro al cervello. Secondo un'equipe di studiosi dell'Istitute of Cancer Research, usare costantemente il telefonino per dieci anni non aumenta il rischio di avere un tumore al cervello. Lo studio, pubblicato sul British Journal of Cancer, dimostra che non ci sono prove di un legame tra le radiazioni elettromagnetiche trasmesse dal telefono e il rischio di contrarre il cancro al cervello. Ma - sottolineano i ricercatori - non e' detto che usare il cellulare in maniera costante per oltre 10 anni non sia dannoso. “I dati che abbiamo non hanno evidenziato nessun legame - spiega Anthony Swerdlow, uno dei ricercatori dell'equipe britannica - però ancora non siamo in grado di sapere cosa può succedere quando l'uso del cellulare si protrae più a lungo, oltre i 10 anni”. Perciò, gli esperti raccomandano di non esagerare con il telefonino. La ricerca, condotta in ben cinque Paesi del Vecchio Continente e su oltre 4mila persone, si è basata sul rischio di contrarre quello che viene chiamato 'neurinoma del nervo acustico', un cancro benigno che nasce nel nervo che lega l'orecchio e la parte superiore del cervello, proprio dove il telefonino viene posato per ascoltare. OSSICODONE AL POSTO DELLA MORFINA Un pool di scienziati inglesi del Royal Marsden Hospital di Londra, esperti in tema di dolore, ha scoperto che nei malati di cancro che non tollerano la morfina (il 20-30% dei casi) il dolore oncologico puo' essere contrastato affidandosi all'ossicodone a rilascio controllato. E' la prima volta, affermano i ricercatori, che una ricerca dimostra la possibilita' di sostituire con successo la morfina. Lo studio, terminato nelle scorse settimane e presentato al Convegno internazionale Iasp (l'Associazione internazionale per lo studio del dolore) a Sidney, e' stato condotto su 186 pazienti oncologici curati inizialmente con morfina alla quale e' stato sostituito, nei casi di intolleranza, un oppioide alternativo. Dei 48 pazienti sui quali e' stata sperimentata la sostituzione della morfina con l'ossicodone a rilascio controllato, l'87% - secondo quanto attestato dall'indagine - ha rilevato ''un'importante riduzione del dolore, evidenziando l'efficace ruolo dell'ossicodone a rilascio controllato nel dolore da cancro''. ''Visti i risultati dello studio - ha commentato la ricercatrice Julia Riley, responsabile del gruppo di lavoro - l'ossicodone a rilascio controllato potrebbe senza dubbio divenire presto uno dei farmaci piu' importanti per sconfiggere il dolore nei malati oncologici''. Il Royal Marsden Hospital di Londra e' uno dei principali centri europei di ricerca sul cancro, con piu' di 30.000 pazienti ricoverati ogni anno, dove si valutano trattamenti sperimentali per mettere a punto nuovi farmaci antitumorali.
LO STRESS RIDUCE IL RISCHIO DI CANCRO AL SENO La casa, il lavoro, i mille interessi e la vita sociale, e poi ore e ore di palestra per una forma sempre impeccabile: se lo stress e' donna, per una volta non tutti i mali vengono per nuocere. Una ricerca pubblicata sul British Medical Journal dimostra, infatti, che lo stress riduce il rischio di cancro al seno. E' la scoperta di Naja Rod Nielsen del National Institute of Public Health di Copenhagen, in Danimarca, dopo uno studio di 18 anni su 6500 donne. Quando lei lamenta alti livelli di stress, per contro ha il 40% in meno di rischio di sviluppare il tumore e il rischio scende di otto punti percentuale per ogni punto di stress in piu'. All'inizio dello studio, Nielsen ha misurato i livelli di stress (definito come tensione, nervosismo, disturbi del sonno, irritabilita', impazienza e ansia) di cui ciascuna donna aveva esperienza nel quotidiano, dividendo cosi' il campione in tre gruppi in base al proprio livello di stress: basso, medio, elevato. Per evitare di giungere a conclusioni distorte, gli esperti hanno soppesato tutti gli eventuali fattori di rischio per cancro al seno, quali l'eta' della donna, la menopausa, la maternita'. Nel corso degli anni del follow up, gli esperti hanno registrato 251 casi di tumore al seno ed hanno stimato che la malattia si presentava in prevalenza sulle donne che si dichiaravano meno stressate. Fatti i dovuti calcoli e aggiustamenti, Nielsen ha stimato che lo stress riduce in media del 40% il rischio di tumore alla mammella e che piu' alti sono i livelli di stress piu' basso e' il rischio di ammalarsi. L'ipotesi per dar senso a questo legame a tutto vantaggio delle donne stressate e' che le tensioni quotidiane fonte di stress hanno un impatto sui livelli ormonali dell'organismo. Lo stress, infatti, modifica il quadro ormonale del corpo e l'equipe di Nielsen e' convinta che cio' si rifletta anche sugli ormoni femminili, gli estrogeni, che hanno un forte peso sul cancro al seno. E mentre questa ipotesi necessita di essere confermata da nuovi studi piu' dettagliati, l'invito di Nielsen rimane comunque quello di evitare, per quanto possibile, le fonti di stress: resta infatti, in ogni caso, deleterio per la salute, favorendo l'invecchiamento e le malattie cardiovascolari. Ma gli oncologi italiani si mostrano divisi nel commentare lo studio e, in attesa di ulteriori verifiche, i pareri sono discordanti.
INAIL, 821 CASI DI ORIGINE PROFESSIONALE NEL 2005 Sono 821 i casi di tumore di sospetta origine professionale rilevati dall' Inail in tutta Italia nel 2005. Il dato, aggiornato al 31 agosto 2005, e' stato acquisito dalla procura di Torino nel quadro di un procedimento giudiziario. La regione in cui si e' avuto il maggior numero di segnalazioni e' il Piemonte (166), dove a far la parte del leone c' e' la provincia di Torino con 134 casi. Questa circostanza, secondo la task force di magistrati e consulenti che si occupa della questione, dimostra che nel resto d' Italia le denunce non si riescono a raccogliere in modo sistematico come nel capoluogo piemontese, dove da dieci anni, su iniziativa del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, e' attivo un ''Osservatorio tumori professionali'' che opera di concerto con medici e funzionari dell' Inail. Ecco il dettaglio dei casi, regione per regione, raccolti a partire dal 1/o gennaio di quest' anno: Abruzzo 14, Calabria 8, Campania 16, Emilia Romagna 79, Friuli Venezia Giulia 52, Lazio 23, Liguria 114, Lombardia 91, Marche 21, Molise 2, Puglia 65, Sardegna 13, Toscana 51, Trentino Alto Adige 3, Umbria 5, Valle d' Aosta 1, Veneto 57. Quanto al Piemonte, Torino svetta sulle altre province: Alessandria 11, Asti 3, Biella 1, Cuneo 8, Novara 4, Verbania 2, Vercelli 3. L' ''Osservatorio'' subalpino ha censito 17 mila e 800 casi sospetti solo a Torino e nel circondario, inoltrati direttamente da Asl e medici ospedalieri. Quando le indagini successive hanno accertato con chiarezza l' origine professionale della malattia sono scattati i processi, le condanne dei responsabili e i risarcimenti. ''Ma paradossalmente - commenta Guariniello - e' una situazione iniqua perche' c' e' una sproporzione gigantesca tra quanto avviene da noi rispetto al resto d' Italia, dove a mio avviso i numeri sono cosi' esigui da non essere ragionevoli. E' probabile che i casi, altrove, rimangano chiusi negli archivi degli ospedali. Credo, dunque, che sarebbe bene allestire un 'Osservatorio' a livello nazionale, ripetendo l' esperienza che tanto bene sta funzionando a Torino''.
GENE 'LUMACA' RENDE PIU' AGGRESSIVO MELANOMA E' un gene 'lumacone' a mettere il turbo alle cellule di melanoma rendendole capaci di dare metastasi in brevissimo tempo e, quindi, conferendogli la sua particolare aggressivita' e letalita'. La scoperta, grazie ai ricercatori del Whitehead Institute for Biomedical Research di Cambridge in Usa, e' molto importante perche' fornisce per la prima volta una spiegazione del fatto che il melanoma sia un tumore aggressivo e senza eguali nella velocita' di diffusione al resto del corpo, cioe' nella sua abilita' a formare metastasi. Il principale responsabile dell'aggressivita' del melanoma, secondo quanto riferito sulla rivista Nature Genetics, e' il riaccendersi, non appena le cellule diventano maligne, di un meccanismo di migrazione cellulare che e' acceso normalmente solo nell'embrione. Le metastasi sono un processo per cui le cellule malate si muovono dal tessuto d'origine e vanno a far danni altrove rendendo piu' complicato il lavoro degli oncologi. Il processo di metastatizzazione e' tuttavia lento in quanto le cellule neoplastiche devono conquistare la via del sangue, poi 'nuotare' al suo interno fino a lasciarlo per introdursi in un nuovo tessuto dove insediarsi. Eppure da tempo gli scienziati sanno che le cellule di melanoma, tumore della pelle, sono particolarmente abili a far tutto cio', infatti il melanoma e' difficilmente curabile se non diagnosticato precocemente perche' le metastasi compaiono quasi subito nel corpo del paziente. Il gene 'lumacone', cosi' chiamato per le sembianze che assumono embrioni di moscerini della frutta quando hanno questo gene difettoso, di norma e' attivo solo nell'embrione e da' lo sprint alle cellule embrionali per muoversi e colonizzare i vari tessuti in crescita. In particolare, il gene e' acceso nelle cellule della cresta neurale, una struttura embrionale da cui, appunto per migrazione, si svilupperanno molti tipi cellulari tra cui i melanociti della pelle. A sviluppo embrionale finito il lumacone si spegne per sempre. Salvo riaccendersi, hanno scoperto gli esperti statunitensi con complessi esperimenti di genetica, nelle cellule di melanoma. E' lui che le rende cosi' abili a muoversi perche' in pratica conferisce loro lo stesso privilegio, il potere di movimento, delle cellule embrionali, hanno concluso gli esperti fiduciosi che questa scoperta aiutera' gli oncologi a trovare tattiche per aggirare l'aggressivita' del melanoma e arrestare le metastasi.
PELLE BIANCA?, RISCHIO CANCRO ANCHE SENZA SOLE Se siete Pel di Carota come il Giamburrasca di Rita Pavone, capelli rossi, pelle chiara, lentiggini, evitate del tutto il sole. Secondo un gruppo di ricercatori della Duke University di Durham in North Carolina, la pelle delle persone di carnagione molto chiara e' comunque ad alto rischio di melanoma, il tumore alla pelle, anche se non subisce scottature e non viene traumatizzata da eritemi solari. A fare la differenza con altri tipi di epidermide, secondo gli studiosi dell'universita' americana, sarebbe la melanina, il pigmento che conferisce alla cute un colore bruno. Dopo anni di lavoro, gli studiosi ritengono di potere affermare che la melanina di chi ha i capelli rossi e le lentiggini ha una composizione diversa rispetto a quella di chi ha capelli e pelle piu' scuri. Proprio la diversita' di pigmento sarebbe all'origine del rischio di melanoma maggiore.
IN GRAN BRETAGNA KIT VIA POSTA PER PREVENZIONE TUMORI INTESTINO Entro il 2009 tutti i 60enni britannici, maggiormente esposti al rischio di sviluppare tumori all'intestino, riceveranno direttamente a casa un kit, di facile uso, per i prelievi bioptici. E' questa la principale iniziativa di prevenzione adottata dal governo per combattere il carcinoma del colon-retto, che in Gran Bretagna e' responsabile di 50 decessi al giorno. A causa della natura della malattia - scrive oggi il sito della Bbc - accade di frequente che la gente fatichi a parlarne, ancor piu' spesso ne trascuri i sintomi. In questa maniera, viceversa, la possibilita' di condurre i prelievi autonomamente, nella propria abitazione, garantisce la massima tutela della privacy e, si augurano i promotori dell'iniziativa, rafforzi la prevenzione. Prevista dal programma sanitario 2000 Nhs Plan al costo di quasi 55 milioni di euro per i primi due anni, l'iniziativa prevede il coinvolgimenti di cinque laboratori di analisi, dove saranno analizzate le provette. Circa 300mila persone riceveranno il kit nella prima fase di distribuzinoe, che avra' inizio nell'aprile 2006. Secondo Rosie Winterton, sottosegretario alla Salute, questa prevenzione domiciliare puo' ridurre i decessi del 15%. ''Nonostante il tumore all'intestino colpisca una persona su 20, tra quelle ammalate il 90% si salva se si riesce ad essere tempestivi nella diagnosi''. Concorda sull'efficacia del piano anche Hilary Whittaker, direttrice dell'associazione Beatine Bowel Cancer: ''Siamo convinti che il programma di screeening sia un passo positivo per ridurre il numero di morti causate da questa forma di tumore''.
SENO, STUDIO SCOPRE LEGAME CON LIVELLI DI MELATONINA Scoperto un legame tra la produzione di melatonina e i tumori al seno. Uno studio statunitense, pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute, rivela che alti livelli di melatonina nelle urine sono associati ad un rischio minore di sviluppare tumori alle ghiandole mammarie. Secondo le due autrici, Eva S. Schernhammer e Susan E. Hankinson, dell’Harvard Medical School (Boston) “questo potrebbe significare che la melatonina, ormone prodotto dall’ipofisi, svolge un ruolo importante per quanto riguarda lo sviluppo del cancro al seno”. Inoltre, poiché la melatonina viene secreta solo durante la notte, è possibile che esista un collegamento tra problemi del sonno e questo tipo di tumore. Ma le autrici invitano a non arrivare a ‘conclusioni precipitose’ in quanto dovranno essere condotte ulteriori ricerche per definire meglio il rapporto tra sonno, melatonina e tumore al seno.Lo studio è stato condotto sulle circa 30mila partecipanti al ‘Nurses Health Study II cohort’ che avevano fornito campioni di urina, raccolti al mattino, tra il 1996 ed il 1999. Sono stati selezionati i 147 casi di donne colpite dal tumore nei 15 anni successivi e sono state confrontate con 291 donne di controllo. Le analisi sono state impostate in maniera da rilevare le concentrazioni della ‘6-sulfatossimelatonina’ (aMT6s), il principale metabolita derivante dalla degradazione della melatonina. Quindi i calcoli hanno rivelato che, suddividendo i due gruppi in quattro sottogruppi in base ai livelli di aMT6s, le donne con una maggiore produzione di melatonina avevano una probabilità di tumore al seno di tipo invasivo più bassa del 41%.
CURE ORMONALI SOSTITUTIVE,
STUDIO IARC VALUTA RISCHI Ventuno scienziati di otto
paesi riuniti dal centro internazionale per la ricerca sul cancro di Lione
(CIRC/IARC) sono arrivati alla conclusione che i contraccettivi orali
definiti 'combinati' (estrogeni e progestinici) e i trattamenti ormonali
sostitutivi (THS) della menopausa devono essere classificati nel gruppo 1
dei prodotti cancerogeni, il piu' alto della scala in vigore. Il parere
ufficiale e' stato dato dagli scienziati indipendenti dopo l'analisi della
letteratura scientifica e medica internazionale sull'argomento. Questi
sostengono anche che esistono indicazioni convincenti che i contraccettivi
orali hanno un effetto positivo contro alcuni tipi di tumore. Una sintesi
delle conclusioni e' stata anticipata in questi giorni e il rapporto piu'
ampio verra' pubblicato su Lancet oncology di agosto. Il direttore del
centro, Peter Boyle, ha sottolineato l'enorme importanza per la sanita'
pubblica di poter comprendere e identificare gli effetti di questi
prodotti presi da milioni e milioni di donne tutti i giorni. Si calcola
che siano circa cento milioni le donne (circa il 10% di quelle fertili)
che hanno assunto in modo controllato contaccettivi ormonali combinati.
Per quanto riguarda il trattamento sostitutivo ricerche di qualche anno fa
indicavano in circa 20 milioni le donne nel mondo industrializzato che
erano in cura. Secondo gli esperti del Centro di Lione l'analisi di una
sessantina di studi che ha cointeressato circa 60 mila donne ha dimostrato
che esiste un leggero aumento dei rischi di cancro al seno tra quante
hanno usato contraccettivi orali. Tuttavia a una decina di anni dalla fine
dell'uso il rischio sembra ridiventare uguale a quello registrato in donne
che non hanno mai fatto uso della terapia. Aumenta anche il rischio di
tumore al collo dell'utero e al fegato; scendono invece i rischi di tumori
al corpo dell'utero e alle ovaie. Di fronte a queste differenti reazioni
e' importante - rilevano i ricercatori- che ogni donna valuti con il
proprio medico i rischi ed i vantaggi legati all'uso di questi medicinali,
tenendo conto della situazione personale, della storia familiare e di
altri parametri medici. Per quanto riguarda il trattamento sostitutivo i
dati esaminati mostrano in modo concordante un aumento del rischio di
cancro al seno nel periodo in cui le donne fanno ricorso ad una
ormonoterapia combinata. Questo rischio cresce con la durata della terapia
ed e' superiore a quello cui sono esposte le donne che usano i soli
estrogeni. Anche in questo caso e' importante che le terapie siano
indicate e controllate da medici. Un invito alla cautela a valutazioni
piu' approfondite e' venuto dal professor Giovanbattista Serra primario
ginecologo all'ospedale Cristo Re di Roma. Secondo l'esperto un'attenta
analisi deve essere condotta per valutare i dati del rischio assoluto di
questi farmaci e del rischio relativo. Il primo e' di gran lunga inferiore
al secondo.
270MILA NUOVI CASI L'ANNO, AL VIA CAMPAGNA: MINISTERO E ASSOCIAZIONI PRIMA VOLTA UNITI PER LA PREVENZIONE In Italia ogni anno circa 270 mila cittadini sono colpiti da tumore, un numero destinato a divenire di 400 mila nel 2010. La meta' dei malati guarisce, l' altra cronicizza riuscendo a vivere anche a lungo. E' per queste persone che per la prima volta il ministero della Salute e le associazioni di volontariato che ruotano intorno ai pazienti oncologici si uniscono allo scopo di migliorare, sotto ogni aspetto, la qualita' della vita dei malati ed anche di promuovere la prevenzione delle malattie oncologiche con una campagna di informazione ai cittadini che durera' fino a dicembre prossimo e che prevede lo stanziamento di un milione di euro. ''Con questa campagna - secondo il messaggio del sottosegretario alla Salute, Cesare Cursi, che non e' potuto intervenire al ministero - si pone per la prima volta l' attenzione sulla persona, non solo del malato di cancro, ma quanti hanno sconfitto la malattia e quanti sono costretti a convivere con una forma cronica''. La campagna prevede il coinvolgimento di tutte le associazioni di volontariato dei malati piu' rappresentative a livello nazionale: Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (Favo), l' Associazione Italiana Laringoectomizzati (Ailar), l' Associazione Italiana Malati di Cancro (Aimac), l' Associazione Italiana Stomizzati (Aistom) solo per fare qualche esempio. Si tratta, dunque, della prima campagna sul tema dei tumori che vede il coinvolgimento di tutte le associazioni, anche di quelle minori, che collaboreranno alla realizzazione delle singole iniziative. Il logo della campagna rappresenta in pieno i suoi intenti: un abbraccio volto a racchiudere tutte le associazioni che accettano di rinunciare ai propri simboli per enfatizzare la forza di questa iniziativa. Gia' da oggi e' attivo il sito Internet www.controiltumore.it, dove oltre alle informazioni sulle finalita' della campagna si potranno trovare notizie utili sui singoli progetti e sui protagonisti dell' iniziativa. Tra i progetti le singole associazioni realizzeranno percorsi di informazione e educazione alla prevenzione, affrontando in particolare le tematiche innovative dell' importanza delle terapie complementari in oncologia, in collaborazione con l' Istituto superiore di sanita' e con National Cancer Institute, della facilitazione all' accesso alle sperimentazioni cliniche per i malati, della realizzazione di progetti-pilota per sperimentare nuovi modelli di accoglienza. Nel corso della campagna sara' distribuito materiale informativo, come opuscoli e cd rom, inoltre e' prevista l' attivazione di un numero verde, l' identificazione di strategie per migliorare la qualita' di vita del malato e dei suoi familiari. La campagna comprendera' una staffetta di incontri, manifestazioni, conferenze e concerti su tutto il territorio nazionale, nonche' l' affissione di manifesti per ribadire l' importanza della centralita' del malato, di un' assistenza umana e del sostegno alle famiglie.
SENO,ALCUNE LESIONI BENIGNE PREDICONO SVILUPPO CANCRO Alcune lesioni benigne al seno sono indicative di maggior rischio tumore e possono predire a breve termine lo sviluppo del cancro. La notizia è frutto del lavoro dei ricercatori del Mayo Clinic Cancer Center di Rochester, pubblicato sul New England Journal of Medicine. L'oncologa Lynn Hartmann ha trovato che mentre le lesioni non proliferative non predicono la comparsa di un cancro futuro quindi non sono da considerare un fattore di rischio, lo sono invece gli altri due tipi di lesioni, anche qualora la donna non abbia una storia familiare della malattia. L'oncologa conclude dunque che i medici hanno a disposizione un forte potere predittivo e che le lesioni benigne della mammella, proprio per questo motivo, vanno studiate con una certa attenzione perche' possono scongiurare una malattia maligna negli anni a venire. L'indagine ha coinvolto oltre 9.000 donne che si erano sottoposte a mammografia scovando un nodulo o in generale una lesione benigna senza cellule tumorali. La biopsia di queste lesioni permetteva di distinguerle in 'non proliferative', 'proliferative' e 'atipiche'. Il campione aveva dai 18 agli 85 anni e attraverso questionari i clinici avevano raccolto la storia familiare delle donne per quanto riguardava in particolare il cancro al seno. Tutte le donne sono state controllate negli anni e alcune hanno sviluppato un carcinoma mammario. Secondo gli oncologi, questo studio offre un motivo di piu' alle donne nell'eta' a rischio per sottoporsi periodicamente alla mammografia.
AISOS,
NUOVI PROGETTI PER PICCOLI PAZIENTI CON OSTEOSARCOMA
PROSTATA, DIAGNOSI PRECOCE RIDUCE MORTALITA' STUDIO CANADESE SU JOURNAL OF UROLOGY La diagnosi precoce per il cancro alla prostata riduce il tasso di mortalita' del 35%. Lo afferma uno studio canadese dell'Universita' di Toronto e in pubblicazione ad agosto sul Journal of Urology. Lo screening quando il tumore alla prostata e' ancora asintomatico, si puo' effettuare attraverso la ricerca nel sangue di un antigene specifico (Psa), ma sui benefici collettivi della diagnosi precoce la posizione degli esperti e' ancora controversa. Lo studio canadese dimostra tuttavia una riduzione della mortalita' piuttosto significativa e che ha sorpreso gli stessi autori del lavoro. La ricerca ha coinvolto, dal 1999 al 2002, 236 uomini con tumore alla prostata metastatico e un gruppo di controllo di 462 uomini sani. Tramite la diagnosi precoce basata sul Psa, il rischio di sviluppare metastasi (con esito fatale) e' risultato ridotto del 35%. Il Psa viene intercettato con un semplice esame del sangue e i suoi livelli crescono quando e' presente il cancro della prostata, ma non solo. La controversia di questo screening e' quindi legata al fatto che esiste il rischio di trovare falsi positivi. Il cancro alla prostata e' la seconda causa di morte negli uomini statunitensi.
TUMORI ORALI FORSE DIAGNOSTICABILI CON TEST SALIVA OSSERVATI IN STRETTA ASSOCIAZIONE CON INFEZIONI BATTERICHE Un semplice test batteriologico del cavo orale potrebbe divenire un esame per screening precoce della forma piu' comune di cancro orale. Infatti, Donna Mager del Forsyth Institute a Boston ha trovato che i tre ceppi batterici C. gingivalis, P. melaninogenica and S. mitis sono spesso associati al carcinoma delle cellule squamose o altre forme di cancro del cavo orale e oro-faringeo. Questo studio mette in luce la possibilita' di screening precoci per prevenire la malattia basati su semplici test della saliva, e' spiegato sul Journal of Translational Medicine. Gli esperti hanno lasciato emergere questa possibilita' confrontando i risultati dei test della saliva di due gruppi di individui, malati e sani, e rilevando nei primi una frequenza significativamente piu' alta di infezioni batteriche. In base a stime della American Cancer Society, si pensa che alla fine del 2005 saranno 29.370 le nuove diagnosi di cancro orale e 7320 le vittime solo negli States. Una misura preventiva di cosi' facile accesso come il test della saliva, potrebbe abbassare l'incidenza di queste neoplasie, nonche' migliorare la sopravvivenza (del 59% a cinque anni dalla diagnosi) che spesso risente di diagnosi tardive. Sui motivi dello stretto rapporto evidenziato tra cancro e infezioni del cavo orale gli esperti non si pronunciano, pur osservando che alcune infezioni batteriche sono conosciute per favorire altri tipi di tumore e che il cancro orale potrebbe non fare eccezione. Ma e' presto, ammettono, per dire se le infezioni siano un fattore di rischio per il cancro stesso o se, invece, sia la malattia a favorirle modificando la chimica della bocca.
CIRCA
33 MILA VOLONTARI E OLTRE 400 ASSOCIAZIONI IN ITALIA
TUMORI
DEL SANGUE, GUARIGIONI IN
CRESCITA
AIRC, ELETTO NUOVO PRESIDENTE Il presidente dell'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (Airc), Alfio Noto, lascera' l'incarico alla scadenza del mandato. Gli succedera' Piero Sierra, eletto l'altro ieri all'unanimita'. Il nuovo presidente dell'Airc Sierra, ha ricoperto fino al 1995 la carica di amministratore delegato del Gruppo Pirelli S.p.A. e attualmente siede nel consiglio di amministrazione delle societa' estere della Pirelli.
SENO, UNA DONNA SU 3 NON FA LO SCREENING In Italia piu' di una donna su tre non si e' mai sottoposta a test di diagnosi precoce per il tumore al seno. E l'80% delle donne sane non ha mai effettuato l'autopalpazione. A fare la diagnosi precoce sono paradossalmente meno le donne piu' istruite: 27,3% contro 67% con istruzione medio-bassa, piu' del doppio. E' quanto emerge dal primo rapporto sociale sul tumore al seno, inchiesta realizzata coordinata dall'Istituto dei Tumori di Bari, con il contributo delle associazioni di pazienti Attivecomeprime e Komen Italia onlus (e il supporto di Zeneus Pharma), su un campione rappresentativo di oltre 800 persone (220 donne colpite da cancro alla mammella, 500 donne sane e 100 oncologi). ''Se oggi il tumore fa meno paura che in passato (guarisce il 66%) - dice Francesco Cognetti, direttore scientifico dell'ospedale Regina Elena di Roma - esso presenta nel nostro Paese uno dei piu' alti livelli di incidenza, con circa 36 mila nuovi casi l'anno e il 18% dei decessi per tumore tra la popolazione femminile. Ma se la strada da percorrere e' ancora lunga per rintracciare le cause del tumore - sottolinea lo specialista - e' ormai dimostrata l'efficacia della diagnosi precoce''. Diagnosi elusa tuttavia da troppe donne. Il dato che piu' preoccupa gli esperti e' infatti l'apparente contraddizione per cui il 41,6% delle donne sane si ritiene ben informata sulla malattia e 8 su 10 non eseguono l'autopalpazione. Il rapporto presentato oggi e' frutto del progetto Artemide e i risultati sono stati raccolti in un opuscolo ('Il percorso terapeutico del tumore al seno - suggerimenti per le donne in terapia'), distribuito, con il patrocinio dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica, in tutti i centri oncologici, come supporto per pazienti e medici. Il booklet contiene consigli partici, domande e risposte sugli argomenti piu' sentiti. Alla ricerca, ripartita su tutto il territorio nazionale, hanno partecipato donne tra i 40 e i 70 anni. La maglia nera per lo screening mammografico va al Sud (30,8% delle donne sane, 64,1% delle pazienti). A non ritenerlo necessario e' il 33,7% delle donne sane, un dato preoccupante a detta degli esperti. Il trend positivo riguarda invece il rapporto con l'oncologo, che soddisfa l'86% delle pazienti, ma l'11% esprime il bisogno di un rapporto piu' partecipativo ed empatico. Se il proprio medico resta per le donne sane la fonte primaria di informazione (43,7%), la televisione rappresenta il 21%, specie al Sud dove il dato sale al 30,7%, segno della mancanza di campagne istituzionali capillari nel meridione.
ONLINE AZALEA,PRIMA BIBLIOTECA VIRTUALE IN ONCOLOGIA Informazioni documentate e certificate per tutti i pazienti e i cittadini alla ricerca di notizie sulle patologie oncologiche. Il nome del servizio e' Azalea e si tratta della prima biblioteca virtuale italiana interamente dedicata all'oncologia. Il progetto e' stato realizzata dall'Istituto tumori Regina Elena di Roma e dal Centro di riferimento oncologico (Cro) di Aviano, in collaborazione anche con gli altri Irccs oncologici italiani. La biblioteca virtuale di fatto e' un banca dati pensata per fornire ad un pubblico non medico ma a pazienti e comuni cittadini informazioni sui tumori, sui protocolli scientifici, sulle terapie ma anche sulla prevenzione, le associazioni dei pazienti, i servizi che si occupano di assistenza ai malati di tumore. Alcuni studi pubblicati in Usa hanno dimostrato che circa il 40% dei pazienti oncologici cerca su internet le informazioni sulla loro malattia e sui servizi assitenziali di supporto. In Italia la situazione non eþ molto diversa, di qui lþidea di mettere a disposizione anche nel nostro paese una biblioteca virtuale. Basta un accesso ad internet e cliccando sul sito www.azaleaweb.it si accede alle informazioni, selezionate e validate da un gruppo di esperti e per questo 'sicure' in mezzo al mare delle notizie che circolano in rete senza alcun controllo. ''Abbiamo raccolto - dice Francesco Cognetti, direttore scientifico dell'istituto Regina Elena - 2700 documenti, 1400 schede di associazioni, opuscoli, siti web italiani e stranieri, protocolli scientifici ecc. E tutto questo materiale e' pensato e scritto per essere consultato dai pazienti, dunque e' in italiano e non in inglese e tradotto in un linguaggio per non addetti ai lavori''. L'esigenza e' dunque non solo quella di fornire notizie, ma di mettere online materiale che abbia una reale valenza e utilita', con l'obiettivo di orientare i pazienti nella loro giustificata ricerca di informazione. ''Con questo progetto - ha spiegato Salvatore Cirigotta, commissario straordinario dell'Ifo - cerchiamo di andare incontro alle esigenze dei pazienti che cambiano. E' nostro compito non solo fornire assistenza sanitaria ma anche rispondere alle domande di conoscenza sulle materie scientifiche. Siamo molto orgogliosi che questo servizio sia coordinato in un ambito di strutture pubbliche, del Servizio sanitario nazionale''.
MINISTERO: 201 HOSPICE ENTRO 2006 ARRIVEREMO A 2232 POSTI LETTO ''Il piano di ristrutturazione degli hospice del ministero della salute conta di incrementare il numero dei posti letto disponibili entro il 2006. Finora ne abbiamo aperti 61, ma contiamo di arrivare a 201 per un totale di 2232 posti letto''. E' quanto ha fatto sapere Domenico Di Virgilio, sottosegretario al ministero della salute, nel corso del suo intervento al convegno organizzato dalle associazioni dei malati di tumore. ''E' indubbio che il numero dei malati terminali sia in aumento - continua - come testimoniano anche le cifre che ci dicono che ogni anno muoiono 160 mila persone di cancro. Per questo motivo il ministero da tempo si e' attivato su diversi fronti per contrastare questo problema. Innanzitutto ci attiveremo per il recepimento delle linee guida europee per malati di cancro nel nostro Paese e in secondo luogo ci impegniamo gia' da ora a fare delle cure palliative il punto focale del prossimo Piano nazionale. Di Virgilio ha inoltre ricordato gli altri interventi del ministero della salute, tra cui lo stanziamento di 52 milioni di euro per il prossimo triennio per effettuare screening sul tumore alla mammella, cervice uterina, e colon retto su tutti i cittadini in eta' di rischio.
IL MINISTRO: TERAPIA DOLORE IN PIANO SANITARIO ''Il tema della terapia del dolore, il tema della lotta alla sofferenza dovra' entrare come priorita' assoluta per la prima volta nel Piano sanitario nazionale''. Lo ha detto il ministro per la salute, Francesco Storace, intervenendo ai lavori del congresso nazionale straordinario del Gruppo Oncologico dell' Italia Meridionale (Goim) che festeggia i 20 anni della sua fondazione. Nel suo intervento il ministro Storace ha posto l' accento sulla necessita' di ''porre grande attenzione allo sviluppo delle cure palliative e della terapia del dolore anche attraverso l' attuazione - ha detto - di un approccio globale che guardi ai farmaci analgesici, alle modalita' ottimali di assistenza a complessita' differenziate, all' integrazione, con i servizi socio-sanitari e alle cure domiciliari senza dimenticare il supporto psicologico''. ''Purtroppo il programma che ha stanziato, fin dal 1998, 206 milioni di euro per la realizzazione di centinaia di strutture residenziali per un totale di 2.230 posti letto - ha aggiunto Storace - mostra ritardi da parte del sistema sul territorio regionale. Finora infatti sono stati utilizzati solo 44 dei 206 milioni stanziati, e' una cifra che si riferisce all' Italia, non alle singole regioni''. ''Quindi - ha proseguito - dobbiamo stabilire obiettivi precisi per il territorio perche' crediamo che questo sia un indicatore del grado di civilta' e del progresso di un Paese''. Il ministero per la salute, insieme a quello dell' economia, ha rinnovato, insieme con le regioni, il 23 marzo scorso, il sostegno agli screening oncologici. E pertanto, in questì' ottica, secondo Storace, occorre ''attivare le nostre istituzioni attivamente su questo fronte. Destiniamo risorse maggiori rispetto al passato, dobbiamo impiegarle bene per garantire livelli elevati di qualita' e tecnologie di avanguardia''. ''Il concorso delle Regioni - ha rilevato ancora il ministro - e' fondamentale perche' l' oncologia e' un mondo in cui e' necessario sempre di piu' assicurare la continuita' con l' ospedale e il domicilio, la comunicazione tra il medico specialista e il medico di medicina generale e naturalmente tra il medico e il paziente''. Il governo, inoltre, intende ''potenziare la ricerca, dallo sviluppo della ricerca - ha detto Storace a questo proposito - dipende la nostra salute, quella delle future generazioni, per questo occorre incoraggiarla e sostenerla''. Infine, il divario tra Nord e Sud nella lotta alla malattia: combattere il cancro al Sud, sulla base dei dati che emergono, sembrerebbe proprio una doppia sfida. ''Diciamo - ha detto Storace - che ci sono stati dei progressi, e' evidente che questo sistema ha bisogno di continui progressi, ha bisogno di interventi e anche per questo ci sono tante risorse a disposizione delle regioni meridionali sull' edilizia sanitaria e sulla necessita' di aggiornare quelle che sono le tecnologie, la strumentazione a disposizione di chi lavora e degli ammalati''. ''Sono convinto - ha concluso Storace - che si possa fare di piu' e sono certo che troveremo la disponibilita' delle regioni meridionali a fare squadra con il ministero. Io sono nella condizione di poter chiedere ulteriori risorse per la sanita', se c'e' un risultato concreto nel territorio. Bisogna che tutti facciano la loro parte''.
NUOVO APPROCCIO PER CARCINOMI BASOCELLULARI CON LA FOTODINAMICA SI SPINGONO LE CELLULE AL 'SUICIDIO' E' la terapia fotodinamica cutanea il nuovo approccio per la cura dei carcinomi basocellulari, il 90% dei nuovi casi di tumore in Italia. Dell'argomento si e' parlato al secondo congresso unificato dell'Associazione Dermatologi Ospedalieri Italiani e della Societa' Italiana di Dermatologia Medica. Secondo quanto emerso, in Italia i tumori maligni della pelle sono molto frequenti: si parla di 135 nuovi casi ogni 100 mila abitanti, per un totale di circa 65 mila nuovi malati l'anno.
FOTODINAMICA NUOVO APPROCCIO PER CARCINOMI PELLE E' la terapia fotodinamica cutanea l'approccio innovativo per la cura dei tumori della pelle che vanno sotto il nome di carcinomi basocellulari, i tumori maligni piu' frequenti nella razza bianca, che rappresentano il 90% dei circa 65 mila nuovi casi di tumore cutaneo registrati ogni anno nel nostro Paese. Dell'argomento si e' parlato al secondo congresso unificato dell'Associazione dermatologi ospedalieri italiani (ADOI) e della Societa' italiana di dermatologia medica, chirurgica, estetica e di malattie sessualmente trasmesse (SIDeMaST), la principale manifestazione nazionale, con la partecipazione di 1.500 specialisti, in apertura oggi a Genova, fino a sabato.
SENO,PER CRESCERE STAMINALI SANE VENGONO IPNOTIZZATE Come il canto di una sirena il tumore al seno, mediante fattori di crescita, attrae a se' con furbizia cellule staminali altrimenti destinate a creare tessuti sani. E' quanto riferito al 50/imo meeting della Plastic Surgery Research Council da Adam Perry del Medical College of Georgia. Conoscendo le molecole 'ingannatrici', ha detto l'esperto, si puo' impedire questa 'attrazione fatale' e controllare la crescita del tumore. Il tumore, qualunque esso sia, ha bisogno di un ambiente favorevole per crescere, ovvero di costruirsi intorno a se' tessuto connettivo e vasi sanguigni per sostenersi e nutrirsi. Per far questo le cellule malate hanno 'imparato' a sfruttare a proprio piacimento i tessuti sani limitrofi. Per esempio il tumore al seno richiama a se' cellule staminali dal midollo osseo secernendo fattori di crescita. I fattori di crescita rilasciati dalle cellule malate sono FGF2 e VEGF, molecole che si legano ai recettori di cellule staminali adulte presenti per produrre tessuti sani e le inducono a migrare verso il cancro e a trasformarsi a loro volta in cellule neoplastiche o aiutanti di queste. FGF2 procura al tumore tessuto connettivo d'appoggio, VEGF stimola invece la produzione di nuovi vasi sanguigni con cui il tumore riceve nutrimento. I ricercatori hanno dimostrato che riducendo i livelli di FGF2 e VEGF secreti dal tumore, diminuisce pure la sua capacita' di richiamare a se' le staminali per usarle a suo favore. Di certo oltre a FGF2 e VEGF ci sono altri fattori che fanno cadere in trappola le staminali, hanno riferito gli esperti. Identificarli uno a uno possono offrire due nuove strategie terapeutiche: da un lato si puo' impedire al tumore di rilasciare le molecole 'esca', dall'altro si possono 'armare' le cellule staminali in modo da tendere una trappola al tumore quando questo le richiama a se'.
LE LINEE GUIDA SU DIRITTI DEI MALATI IN EUROPA AIMAC E LILT PRESENTERANNO ALLA CAMERA IL DOCUMENTO DELL'ECL Una malattia come il cancro puo' cambiare radicalmente la vita del paziente e di coloro che lo circondano per questa ragione e' necessario fare in modo che i malati ottengano i servizi e le garanzie giuridiche di cui hanno bisogno. E' questo lo scopo di associazioni come Aimac (Associazione italiana dei malati di cancro, parenti e amici) e Lilt (Lega italiana per la lotta contro i tumori) che si impegnano a diffondere, con una presentazione il 15 giugno alla Camera, le 'Linee guida per la tutela dei malati' approvate dalla Rete europea per i diritti e i doveri dei pazienti nell' ottobre 2004. Questi i punti essenziali del documento: - DIAGNOSI E TRATTAMENTO PRECOCI. Ogni malato ha diritto alle migliori possibilita' di screening, diagnosi e trattamento precoci. Deve, quindi, poter usufruire ad esempio di equipe qualificate e apparecchiature all'avanguardia, e deve poter accedere alle sperimentazioni cliniche, laddove disponibili. - ASSISTENZA DI QUALITA'. Un'assistenza di qualita' deriva da un approccio globale finalizzato al miglioramento della qualita' della vita del paziente e dei familiari. I servizi (medici, sociali e psicologici) devono essere distribuiti equamente sul territorio e l'accesso a terapie e cure palliative deve essere garantito nel rispetto della dignita' e della privacy. - I RAPPORTI TRA OPERATORI SANITARI E MALATI. Il rispetto e la fiducia sono i punti chiave di questo rapporto. Il paziente ha diritto a ricevere tutte le informazioni che desidera su diagnosi, terapie e assistenza, ha il diritto a coinvolgere i propri familiari e a concedere o rifiutare il consenso sui trattamenti. - INFORMAZIONI AL MALATO. Operatori sanitari, volontari e tutti i mezzi di comunicazione devono concorrere a fornire un'informazione completa e rigorosa per garantire la massima consapevolezza dei malati. - SOSTEGNO PSICOLOGICO. Psicologi e operatori addetti al sostegno devono seguire il malato e i suoi familiari in ogni fase della malattia organizzando, con il supporto dei volontari, gruppi di sostegno e di mutuo aiuto. - SOSTEGNO SOCIO-ECONOMICO. I pazienti e i familiari devono essere tutelati con benefici socio-economici di diverso tipo: dalle aspettative per malattia al lavoro part-time, fino all'assistenza ai gruppi disagiati come immigrati o disoccupati. - RIABILITAZIONE. I pazienti hanno bisogno di una riabilitazione globale (fisica, sociale, psicologica, occupazionale) che deve essergli garantita sia durante che dopo il trattamento. - CURE PALLIATIVE, L'offerta e l'accesso ai trattamenti palliativi e' necessario per ridurre le difficolta' dei malati terminali e delle loro famiglie. - DIFESA E PROMOZIONE DEGLI INTERESSI DEI MALATI. Le associazioni dei malati devono partecipare attivamente ai processi decisionali che li riguardano in modo da ottenere trattamenti e risultati ottimali.
CANCRO COLON, MENO RISCHI PER CHI USA STATINE Promettente scoperta di uno studio dell'universita' del Michigan: chi prende i popolarissimi farmaci anticolesterolo a base di statine per proteggersi il cuore si ritroverebbe con un beneficio in piu': rischi di molto inferiori alla media di sviluppare il tumore del colon o del retto. La ricerca pubblicata sul 'New England journal of medicine' mostra come le probabilita' del tumore crollino sino al 47% tra chi assume questi farmaci. Lo studio aggiorna cosi' gli esiti di una ricerca israeliana che meno di un anno fa era giunta a un risultato simile: i pazienti sotto statine esaminati avevano evidenziato una diminuzione dei pericoli del tumore addominale del 51%. Un editoriale di accompagnamento dello studio odierno osserva pero come sia ancora prematuro suggerire l'uso dei medicinali solo per l'effetto preventivo sui tumori.
STUDIO USA; SENO, ESERCIZIO DIMEZZA RISCHI RECIDIVE I risultati dello studio hanno sorpreso gli stessi ricercatori: l'effetto dell'esercizio fisico sul tasso di recidive nelle pazienti gia' malate di cancro del seno e' piu' positivo delle piu' rosee aspettative. Le donne malate di tumore che fanno attivita' fisica, anche semplicemente camminare, dalle tre ore a settimana in su diminuiscono le probabilita' di una 'ricaduta' sino al 50%. Queste pazienti - seguite dai ricercatori di Harvard per una decina di anni - hanno evidenziato una mortalita' inferiore del 50% rispetto alle malate sedentarie. Gli esiti della ricerca - la prima ad aver indagato l'influenza della ginnastica non solo nella prevenzione dei tumori ma nel decorso dopo la diagnosi - sono ancora piu' significativi se si considera che riguardano gli effetti della ginnastica sul piu' comune tumore della mammella, quello legato all'attivita' degli ormoni estrogeni, e su qualsiasi livello della malattia. L'attivita' fisica ha insomma dimostrato di indurre grandi benefici alla salute anche se il tumore era stato diagnosticato gia' a uno stadio avanzato. I ricercatori hanno esaminato i dati relativi a poco meno di 3.000 donne il cui cancro era stato individuato tra il 1984 ed il 1998: la salute di queste pazienti e' stata seguita sino a fine 2002. Gli esperti - che hanno pubblicato il rapporto su 'Jama', la rivista dei medici Usa - ipotizzano che il portentoso effetto benefico della ginnastica derivi dal suo impatto sull'attivita' degli estrogeni, il cui livello verrebbe diminuito proprio dall'esercizio.
PROSTATA; CHIRURGIA SALVAVITA,MENO METASTASI Chirurgia salvavita contro il cancro della prostata, la forma di tumore piu' comune fra gli uomini e che nello scorso anno ha provocato in Europa 238.000 nuovi casi. Uno studio scandinavo pubblicato sul New England Journal of Medicine e condotto su circa 700 uomini di 65 anni con tumore della prostata allo stadio iniziale ha dimostrato infatti che l'eliminazione chirurgica radicale della prostata riduce sia la mortalita' sia la formazione di metastasi e la progressione della malattia. Nello studio, condotto dal Gruppo scandinavo di ricerca sul cancro della prostata, sono stati osservati gli effetti dell'intervento chirurgico radicale eseguito sui pazienti fra il 1989 e il 1999. La raccolta dei dati, completata nel 2003, indica che a dieci anni di distanza la riduzione assoluta del rischio di morte e' contenuta, ma che e' invece ''sostanziale'' la riduzione del rischio di metastasi (pari al 37%) e di progressione locale del tumore. Tutti i pazienti arruolati nello studio, in cura presso centri di Svezia, Finlandia e Islanda, avevano un tumore della prostata allo stadio iniziale e ben localizzato. Di essi, circa la meta' ha subito l'intervento chirurgico di asportazione completa della prostata, mentre l'altra meta' e' stata tenuta costantemente sotto osservazione. Entro i primi cinque anni dall'intervento la comparsa di metastasi e' stata confrontabile in entrambi i gruppi, ma nell'osservazione ripetuta a distanza di dieci anni e' emerso che 50 dei 347 pazienti operati aveva sviluppato metastasi, contro 79 dei 348 pazienti che erano stati semplicemente tenuti sotto controllo.
LA
STORIA - IO MALATA DI CANCRO, GUARITA DALLE MIE STAMINALI
ASSOCIAZIONI, PIU' ATTENZIONE A 'SOPRAVVIVENTI' SI CHIEDE SOSTEGNO PER PROBLEMI CHE RIMANGONO Aumenta la prevenzione, le diagnosi sono sempre piu' tempestive e piu' accurate; anche le cure migliorano, si mettono a punto nuovi e vecchi farmaci e nuove combinazioni. Il risultato e' che e' aumentata la possibilita' di cura e sono sempre piu' le persone che hanno avuto un tumore e che sono uscite del tutto o in parte dal tunnel della malattia. Al congresso degli oncologi di Orlando che si è appena concluso negli Usa, li chiamano lungosopravviventi e c'e' una crescente attenzione nei loro confronti grazie anche alla pressione delle numerose associazioni dei pazienti che chiedono sostegno a numerosi problemi che emergono: come la fertilita' che veniva cancellata dalle cure chemioterapiche ( oggi con la conservazione del seme e in alcuni casi degli ovociti e' possibile ovviare); numerosi i problemi psicologici che emergono; la fatigue, cioe' uno stato di spossatezza che rimane per lungo tempo; le numersoe forme di riabilitazione, e poi' la ripresa dell'attivita' lavorativa, non sempre facile. Negli Stati Uniti, secondo il centro per il controllo delle malattie (Cdc), le persone che convivono con il cancro sono passate da 3 milioni del 1971 a 10 milioni del 2001. Inoltre il 64% degli adulti ai quali e' stata fatta una diagnosi di cancro sopravvive a cinque anni e il 75% dei bambini a 10 anni. In Italia non ci sono dati altrettanto aggiornati ma sono milioni le persone sopravviventi: si calcola che ogni anno si ammalano circa 270.000 persone mentre 160.000 sono i decessi; il dato potrebbe arrivare nel 2010 a 400.000 malati all'anno. Ci si ammala di piu' ma si vive di piu'. Grazie ai progressi diagnostici e terapeutici la sopravvivenza per i diversi tumori e' in netto miglioramento.
AUMENTANO TERAPIE MIRATE PER CURA SENO Ricerche di base e cliniche, nuovi farmaci mirati sulle caratteristiche di ogni tumore, tecniche diagnostiche sempre piu' sofisticate per scoprire le neoplasie in fase sempre piu' precoce. Sono questi i temi sui quali 25 mila oncologi provenienti da tutto il mondo affronteranno al congresso che si sta svolgendo ad Orlando in Florida (Usa). Quasi 4 mila sono le ricerche annunciate rivolte alla comprensione dei meccanismi e alla cura di tutti i tipi di tumore, in particolare contro i cosiddetti big killer (tumore al polmone, al seno, al colon-retto, alla prostata), ma importanti novita' terapeutiche sono attese sulla cura del tumore al seno che colpisce in Italia circa 30 mila donne all' anno. Numerosi i ricercatori e clinici italiani presenti al convegno della Societa' Americana di Oncologia (Asco). Al congresso non manchera' l' attenzione alle campagne preventive, all' assistenza dei malati e alle iniziative di raccolta fondi per le ricerche. A questo proposito il braccialetto giallo tanto diffuso anche tra i giovani italiani lanciato dal campione di ciclismo Lance Armstrong (curato per un cancro al testicolo) in appena un anno ha raccolto 50 milioni di dollari che verranno devoluti alla cura dei tumori giovanili.
UTERO, ARMA E' PREVENZIONE MA SOLO 50% DONNE FA TEST. PAP-TEST FONDAMENTALE MA ANCORA POCA ATTENZIONE Contro il tumore del collo dell'utero, il piu' diffuso tra le donne e spesso dovuto all'azione del papilloma virus, l'arma vincente resta quella della prevenzione, a partire da esami come il pap-test per una diagnosi precoce. Tuttavia, solo il 50% delle donne in eta' da pap-test, cioe' dai 25 ai 65 anni, esegue l'esame almeno una volta ogni cinque anni e solo il 60% lo ha effettuato almeno una volta nella vita. A lanciare l'allarme sono gli esperti riuniti a Roma per un convegno sulla patologia cervico-vaginale promosso dall'istituto di clinica ostetrica dell'Universita' Cattolica. Si stima che ogni anno nel mondo il virus, trasmesso sessualmente, colpisca circa mezzo milione di donne. L'80% degli uomini e delle donne sessualmente attive possono venire in contatto con il papilloma virus (HPV) e non esserne a conoscenza. La patologia, infatti, non da' sintomi e il sistema immunitario se ne puo' liberare naturalmente nell'arco di 8-12 mesi. Nel 20% dei casi, pero', il virus persiste e puo' sviluppare negli anni, per un deficit immunitario, alterazioni cellulari che, se trascurate, possono determinare lesioni neoplastiche genitali. La massima incidenza di HPV si riscontra nelle donne al di sotto dei 25 anni, tra le quali si registra un picco di prevalenza dell'infezione di circa il 20-25%. In questa fascia di eta', la maggior parte delle infezioni si risolve spontaneamente e non lascia tracce patologiche. Ma questo non avviene per tutti i casi: il rischio di sviluppo di carcinoma cervicale e' infatti piu' elevato allorche' l'infezione persista ancora in soggetti di 30-35 anni e quando e' provocata da quei tipi di HPV definiti ad alto rischio. ''Purtroppo - avvertono i ginecologi dell'Universita' Cattolica - l'infezione da HPV e' silente e apparentemente asintomatica fino a quando non ha causato la degenerazione tumorale nel collo dell'utero''. Precisi, quindi, i consigli degli specialisti: La prima regola per la prevenzione e' eseguire il pap-test, tenendo presente che l'intervallo raccomandato in Italia e' di tre anni. Atipie cellulari evidenziate dal pap test rendono necessario procedere all'HPV test, ma chi risulta HPV test positivo ''non deve comunque allarmarsi - concludono gli esperti - ma porre piu' attenzione alla sua salute, lasciandosi consigliare dal proprio medico curante, che gli prescrivera' gli esami necessari per una corretta prevenzione''.
LEUCEMIE,DA LUNEDI' AL VIA MARATONA TV UE PER RACCOLTA FONDI Sono oltre 20 i programmi di Radio Rai pronti ai nastri di partenza per la maratona di solidarieta' promossa dall'Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma; si parte lunedi' 9 maggio con un carnet di appuntamenti fino al 15 maggio che vedranno in particolare impegnate Radio 1, Radio 2, Radio 3 e Isoradio. E' l'Associazione italiana contro le leucemie, i linfomi e il mieloma (Ail) che, con l'alto patronato della Presidenza della Repubblica e con i patrocini della Commissione Europea, del ministero della Salute e del segretariato sociale Rai, danno il via alla decima edizione della Settimana europea contro le leucemie, linfomi e mieloma. Da lunedi' 9 a domenica 16 maggio si svolgeranno una serie di iniziative che prevedono campagne di informazione, sensibilizzazione, raccolta fondi, indette dalla Rai attraverso diversi programmi televisivi e radiofonici. Lo scopo principale e' quello di invitare i cittadini a sostenere l'associazione, sottolineando anche la necessita' di un impegno collettivo per raggiungere un traguardo irrinunciabile, ovvero rendere questi tumori del sangue sempre piu' guaribili. Domenica 15 maggio e' prevista una maratona tv sulle reti Rai finalizzata alla raccolta di donazioni in diretta; le trasmissioni che parteciperanno alla gara di solidarieta' sono quelle piu' seguite tra il pubblico, ovvero Mattina in famiglia in onda su Rai 2 a partire dalle 6,45, Domenica In in onda su Rai 1 dalle 14, La domenica sportiva che invece va in onda su Rai 2 alle 22,30.
POLMONE, NUMERO CASI RADDOPPIATO IN 30 ANNI CRESCITA PIU' VELOCE MAI REGISTRATA, DOVUTA A FUMO SIGARETTA Il numero dei casi di cancro del polmone e' raddoppiato nell'arco di 30 anni, passando dai 600.00 del 1975 a 1,4 milioni nel 2002: la crescita piu' veloce mai registrata in tutte le forme di tumore e scatenata soprattutto dal fumo di sigaretta. Sono i dati dello studio condotto dall'associazione britannica per la ricerca sul cancro, Cancer Research UK. Nello stesso periodo sono raddoppiati anche i casi di tumore del seno: un fenomeno che i ricercatori mettono in relazione al nuovo stile di vita delle donne occidentali. ''Il tasso di diffusione del tumore del seno nei Paesi industrializzati potrebbe essere pari alla meta' - si legge nel rapporto - se le donne avessero famiglie piu' numerose e se allattassero al seno piu' a lungo''. Si calcola che le diagnosi di questa forma di tumore siano 1,1 milioni ogni anno, contro il mezzo milione di casi del 1975. Secondo lo studio, condotto sulla base di dati internazionali, l'aumento dei casi di cancro del polmone e' il dato piu' evidente del fenomeno piu' generale dell'aumento di tutte le forme di tumore dovuto al progressivo invecchiamento della popolazione. Considerando che quasi tutti i tumori sono piu' comuni nell'eta' avanzata e che il numero degli over 60 (oggi pari al 10% della popolazione) e' destinato a raddoppiare (fino al 22% della popolazione) entro il 2050, nei prossimi anni i nuovi casi continueranno ad aumentare progressivamente. Per l'esperta di statistica sanitaria dell'organizzazione britannica per la ricerca sul cancro, Ruth Yates, ''sapere in quale parte del mondo ci sono meno casi di particolari forme di tumore puo' aiutare a identificare fattori culturali, come la dieta, il fumo e l'alcol, che incidono sul rischio di cancro''. Tuttavia, secondo l'esperta, non c'e' dubbio che l'eta' giochi la parte del leone tra i fattori di rischio. ''Con il graduale invecchiamento della popolazione il numero delle persone alle quali viene diagnosticato un cancro continua ad aumentare''. Fa eccezione il cancro del polmone, per il quale il fumo e' considerato un fattore di rischio piu' importante dell'eta', con 1,4 milioni di casi l'anno contro i 600.000 del 1975. Secondo lo studio non c'e' dubbio che incidenza del cancro del polmone e fumo procedano di pari passo. Mentre in molti Paesi occidentali il numero dei fumatori si sta riducendo, in molti Paesi in via di sviluppo dell'Africa orientale, dell'America centrale e del Sud-Est asiatico i fumatori stanno diventando sempre piu' numerosi, tanto che si prevede un significativo aumento delle diagnosi nei prossimi 20 anni. Chiaramente legato all'eta' e' invece il tumore del seno, la cui cui maggiore incidenza si spiega, secondo gli esperti, con la maggiore aspettativa di vita delle donne in tutto il mondo. La buona notizia riguarda invece il tumore dello stomaco, che dal 1975 ha finalmente perso il primato della forma piu' comune di cancro: la migliore igiene alimentare e le tecniche piu' efficaci di conservazione del cibo ne hanno fatto ridurre in modo significativo l'incidenza. Grazie ai programmi di screening varati nei Paesi occidentali, infine, sono diminuiti anche i casi di cancro della cervice uterina, mentre questa forma di tumore e' in aumento in molti Paesi in via di sviluppo.
PELLE; 65MILA CASI ANNO, EPIDEMIA DI MELANOMA Si avvicina l'estate e l'invito dei dermatologi e' di esporsi al sole con moderazione. E' in aumento infatti la frequenza dei tumori della pelle: non sono pochi 135 nuovi casi ogni 100mila abitanti, cifra che fa complessivamente 65 mila nuovi malati l'anno. E all'interno di questa galassia c' e' quella che gli esperti definiscono ormai una vera e propria epidemia di melanoma, con 10-15 casi/anno su 100 mila abitanti. Per questo assume una importanza particolare, quest'anno, lo 'Skin Cancer Day', che cade il 7 maggio ed e' promosso dalla Societa' Italiana di Dermatologia (ADOI), che e' impegnata con i suoi dermatologi a fare opera di informazione e di prevenzione. Il 7 maggio saranno aperti 180 Centri di dermatologia in tutta Italia, pubblici e privati, che vedranno impegnati oltre 1.000 dermatologi in visite gratuite, mentre ci si attende un' affluenza paragonabile a quella degli anni scorsi, quantificata in circa 40 mila persone.
TEST
DEL SANGUE PER DIAGNOSI CANCRO 'DA AMIANTO'
IL FUMO ACCELERA PERDITA VITAMINA ED ESPONE AI TUMORI Le sigarette mandano in fumo le riserve di vitamina E nel corpo dei fumatori ed e' questo che probabilmente li espone a sviluppare il cancro. E' quanto scoperto all'Universita' dello Stato dell'Oregon da uno dei massimi esperti Usa in questo ambito di ricerca Maret Traber, confrontando i livelli plasmatici di vitamina E in fumatori e non. Nei primi, e' spiegato sull'American Journal of Clinical Nutrition, i livelli di vitamina E si riducono con una velocita' maggiore del 13 percento che non nei non fumatori. La vitamina E, presente in oli vegetali, olio di pesce, fegato, rosso d'uovo e, in quantita' minore nei cereali e nei vegetali a foglie verdi, e' un buon agente anti-ossidante, contrasta cioe' le reazioni ossidative che avvengono naturalmente nel nostro corpo sprigionando i malefici radicali liberi che danneggiano le cellule promuovendo l'insorgenza di numerose malattie tra cui il cancro, nonche' accelerando i naturali processi di invecchiamento. Poiche' si tratta di una proteina liposolubile, essa di solito si trova a ridosso delle membrane cellulari e protegge la cellula prevenendone lo stress ossidativo. Nonostante la sua importanza la vitamina E, che il nostro corpo a differenza degli organismi vegetali non e' capace di produrre autonomamente in fase di stress, e' spesso carente nella nostra dieta, come testimonia il dato americano secondo cui solo l'8 per cento degli uomini e il 2.4 per cento delle donne, fumatori e non, hanno un adeguato apporto dietetico di vitamina E, che e' anche un difensore di prima linea dell'epitelio polmonare messo a dura prova dai processi ossidativi attuati dal fumo di sigaretta. Finora gli scienziati avevano dimostrato che i fumatori hanno carenza di vitamina C nel sangue ma i livelli di E erano risultati sempre nella norma. Grazie a questo studio pero' gli esperti hanno compreso la verita': poiche' la concentrazione plasmatica di vitamina E nei fumatori cala molto piu' in fretta e poiche' il suo livello ematico rimane sempre invariato, a rimetterci sono gli organi. Questi infatti cedono la vitamina al sangue e diventano carenti della vitamina, rimanendo scoperti dallo stress osidativo. In pratica, hanno spiegato i ricercatori, gli organi cedono al sangue la vitamina E rimanendo carenti a loro volta di questo prezioso nutriente che nel sangue e' perso troppo rapidamente. I fumatori quindi piu' degli altri potrebbero aver bisogno di aumentare i consumi di cibi ricchi di vitamina E o a limite di integrare con dei supplementi vitaminici.
EPATITE C, IN ITALIA MENO DEL 2% MALATI IN TERAPIA SU 1,5 MILIONI AFFETTI DAL VIRUS FONDAMENTALE E' TRATTAMENTO In Italia sono circa 1,5-2 milioni i soggetti affetti dal virus dell'epatite C, ma meno del 2% e' in terapia. Un quadro che gli esperti definiscono ''sconfortante'' e che rappresenta una sorta di ''goccia nell'oceano''. Sono infatti solo 25 mila i pazienti in cura e questo perche' solo un italiano malato su 5 sa di esserlo. L'allarme arriva da Parigi, dove si apre oggi il 40mo congresso dell'Associazione Europea per lo studio del fegato (EASL) e da dove arrivano indicazioni utili per cercare di arginare questa che e' stata definita una vera e propria ''epidemia silenziosa''. Un ''mondo sommerso'', dunque, con implicazioni pesantissime dovute alle complicanze di questa malattia, che comportano un'alto tributo in termini di mortalita' per cirrosi epatica (con oltre 11 mila decessi all'anno) e, secondo uno studio americano, con un incremento dal 1998 al 2008 dei tumori al fegato pari al 68% e del numero dei trapianti di fegato pari al 528%. Dagli esperti riuniti a Parigi giungono dunque consigli precisi per far fronte a questa emergenza: innanzitutto piu' informazione e sensibilizzazione per identificare precocemente le persone affette dal virus dell'epatite C (HCV); puntare alla diagnosi precoce perche' le terapie attuali agiscono in tutti gli stadi della malattia portando alla guarigione completa in circa i due terzi dei pazienti o rallentando insorgere di cirrosi e tumori al fegato. Gli specialisti invitano anche ad una maggiore attenzione verso i cosiddetti portatori sani, vale a dire i soggetti affetti da epatite C ma con un valore di transaminasi normale, poiche' con una terapia appropriata e' possibile curare oltre il 50% di tali pazienti. Ma se l'HCV rappresenta in Italia ancora una ''vera e propria calamita' naturale'' la patologia e le sue complicanze puo' comunque essere fermata. Esistono infatti oggi nuove terapie in grado di fermarne la corsa. Trattare precocemente e in eta' piu' giovane i pazienti con transaminasi normali puo' consentire di eliminare rapidamente il virus dal sangue e quindi portare alla guarigione. Ma anche in caso di una diagnosi tardiva o di un quadro clinico grave, dove la cirrosi si e' gia' sviluppata, la terapia farmacologica puo' giocare un ruolo determinante: ''non e' mai troppo tardi, per curare l'epatite C. Infatti - ha concluso il direttore dell'unita' di epatologia dell'ospedale Fatebenefratelli Oftalmico di Milano, Savino Bruno - anche in questi casi difficili e' possibile instaurare una terapia in grado di ridurre la mortalita' per epatopatie''.
NUOVO STRUMENTO SEMPLIFICA LA DIAGNOSI: BIOPSIE CON 50 CELLULE UTILE ANCHE PER ISOLARE CELLULE STAMINALI DAL SANGUE Una rivoluzione nella diagnosi del cancro: con uno strumento ultrasensibile si faranno biopsie con prelievi di solo 50 cellule, mentre i normali strumenti diagnostici oggi necessitano di 10.000-100.000 cellule per eseguirle. A dare l'importantissima notizzia Josef Kas e Jochen Guck dell'Universita' di Leipzig che lo stanno testando su tumori orali e al seno. Il dispositivo, come riferito alla conferenza 'Physics 2005' dell'Institute of Physics di Warwick, si basa su informazioni mai usate in precedenza per la diagnostica, ovvero l'elasticita' della cellula, misurando la quale gli esperti possono dire se e' sana, malata e se tendera' a diffondersi dando metastasi. La stessa tecnica e' anche in uso a Leipzig per isolare staminali dal sangue senza usare marcatori fluorescenti che le rendono inutilizzabili a scopo medico. ''Abbiamo sviluppato un modo molto buono di riconoscere differenti cellule basato su conoscenze gia' disponibili negli anni '50 - ha dichiarato Kas - ovvero sul fatto che cellule molto diverse hanno scheletri interni molto differenti'' e quindi differente grado di resistenza a forze di tensione e pressione. ''Spesso - ha aggiunto - le cose piu' semplici sono sottovalutate, ma, proprio perche' semplice e poco costosa, l'uso di questa tecnica potrebbe diffondersi a dismisura''. Lo strumento fonda la sua esistenza sul fatto che ogni cellula e' dotata internamente di un citoscheletro che le permette di mantenere una forma precisa e anche di unirsi ad altre cellule formando un tessuto. A seconda di quanto e' lasso il citoscheletro la cellula sara' piu' o meno elastica: le cellule tumorali e le staminali sono le cellule piu' elastiche. Il congegno, in grado di testare 3600 cellule al minuto, e' uno strumento ottico basato su due laser infrarossi. Al momento il congegno e' in uso per isolare staminali dal sangue nei reparti dell'istituto di Leipzig sia da usare per chiudere ferite profonde sia per iniettarle nel cuore di pazienti cardiopatici. Infine lo strumento e' in uso sempre a Leipzig per diagnosi di cancro orale.
DIAGNOSTICA:
IN ITALIA 40% MAMMOGRAFI CON OLTRE 10 ANNI CONTRO MELANOMA SPERANZE DA TERAPIA GENICA POSITIVI TEST SU TOPI, INIZIATA SPERIMENTAZIONE CLINICA La terapia genica potrebbe sconfiggere il melanoma insegnando all'organismo ad attaccare il tumore con il proprio sistema immunitario. E' la promessa dei ricercatori del Moffitt Cancer Center e dell'Universita' della Florida del Sud che, dopo aver testato con successo la tecnica sui topolini, hanno appena iniziato la prima fase di sperimentazione clinica su 25 pazienti con tumore in fase terminale. Secondo quanto riferito in una nota congiunta dei due centri di ricerca il gene per l''interleuchina 12', trasferito nelle cellule malate con un metodo mai usato prima sui pazienti, stimola il sistema immunitario dell'organismo ad attaccare il tumore ed annientarlo. Il melanoma e' uno dei tumori piu' mortali ed e' in via di diffusione soprattutto a causa della cattiva esposizione al sole. Questo cancro e' difficilmente curabile con la chemioterapia, ha spiegato il coordinatore della sperimentazione Richard Heller, mentre la terapia genica offrirebbe agli oncologi una liberta' d'azione piu' estesa. Ma finora, ha riferito Heller, il problema e' sempre stato soprattutto come garantire la riuscita della terapia genica, ovvero come veicolare efficacemente il gene che istruisce il corpo a difendersi dal cancro. I ricercatori hanno dimostrato sui topolini che un modo ottimale di veicolazione delle istruzioni geniche e' la tecnica dell''elettroporazione'. Questa consiste nello stimolare elettricamente la superficie delle cellule malate si' da indurle ad aprire dei canali di membrana. Attraverso questi canali temporaneamente aperti dalla piccolissima scarica elettrica gli esperti lasciano scivolare di soppiatto il gene 'anti-melanoma'. Questo gene istruisce l'organismo a produrre interleuchina 12, una proteina che accende le difese dell'organismo inducendole a ribellarsi al tumore. Nei topolini trattati in anni di esperimenti, ha raccontato Heller entusiasta, l'elettroporazione ha garantito il successo del gene nell'intrufolarsi nelle cellule malate e in otto roditori su 10 a cio' ha fatto seguito la guarigione dal melanoma che e' stata completa e duratura. Inoltre reiniettando il cancro agli animali guariti, il loro sistema immunitario, memore del pericolo, si risveglia immediatamente e rigetta il nuovo tumore. Dopo tanti esperimenti, ha auspicato Heller, vi e' una solida certezza che questo metodo terapeutico possa funzionare sui pazienti, per questo gli esperti hanno iniziato la sperimentazione clinica di fase uno, al momento solo per verificare l'innocuita' della tecnica, su pazienti in fase terminale della malattia.
QUANDO
IL TUMORE E’ INOPERABILE, POSSIBILE LA RADIOABLAZIONE, INTERVENTO
D’ASPORTAZIONE COL CALORE
La
tecnica utilizzata - nel cancro al polmone, nelle metastasi del tumore al
colon-retto e in altri cancri difficilmente operabili - si chiama
ablazione a radiofrequenza ed e' stata testata dall'Universita' di Pisa in
una sperimentazione clinica multicentrica su 36 donne e 70 uomini malati
di cancro e inoperabili chirurgicamente. L'ablazione consiste nel
sistemare, facendola passare sotto cute e guidandola con tecniche di
imaging al tumore, una sonda che, attivata da onde a radiofrequenza, si
riscalda ed uccide le cellule neoplastiche lasciando illese quelle sane
limitrofe. Rispetto a un intervento l'eliminazione del tumore con
l'ablazione e' una pratica molto meno invasiva, richiede una convalescenza
breve, puo' essere eseguita in anestesia locale e il paziente puo' tornare
alle sue normali attivita' quotidiane in poco tempo. Inoltre l'ablazione
puo' essere ripetuta piu' volte ed associata a chemioterapia. Inoltre
questa metodologia d'intervento - hanno spiegato gli sperimentatori - si
puo' rivelare salva-vita in molti casi di tumore al polmone, quando cioe'
non e' possibile l'asportazione chirurgica. Infatti, nell'85% dei casi
quando i sintomi di un carcinoma polmonare compaiono, il cancro non e'
piu' operabile a causa di complicazioni come scarsa funzionalita'
polmonare. In questi casi - secondo gli esperti - l'ablazione potrebbe
rivelarsi l'unica alternativa possibile e valida.
STUDIO 'ASSOLVE' CELLULARI,
NESSUN LEGAME CON CANCRO AL CERVELLO MA PER AVERE LA CERTEZZA
OCCORRERANNO ANCORA 10 ANNI L'indagine - pubblicata sull'American Journal of Epidemiology e condotta da Stefan Lonn, ricercatore del Karolinska Institute di Stoccolma - ha confrontato un campione composto da 644 malati tra i 20 e i 69 anni con glioma e meningioma (due tra le più comuni neoplasie che possono colpire il cervello), con 674 persone sane che vivevano nella stessa area. In generale, i ricercatori non hanno osservato tra coloro che usavano regolarmente il telefono cellulare, anche da più di 10 anni, un rischio maggiore di sviluppare un cancro al cervello rispetto a coloro che non lo utilizzavano spesso. Inoltre, non è stata rilevata alcuna associazione tra il lato della testa dove i malati solitamente tenevano il cellulare e l'area in cui si era sviluppato il tumore. Tuttavia, gli esperti sottolineano che il cancro può svilupparsi anche fino a 20 anni dopo l'esposizione ad una sostanza cancerogena. ''I cellulari - afferma lo stesso Lonn - non sono stati usati abbastanza a lungo da indurci ad escludere eventuali effetti cancerogeni''. 31/3/2005
VACCINO
PER I TUMORI AL COLLO DELL’UTERO È in fase avanzata di sperimentazione clinica un vaccino contro l’Human Papilloma Virus (HPV) sviluppato sia per proteggere dall’infezione benigna (o condilomatosi, la malattia a trasmissione sessuale più diffusa al mondo), che, soprattutto, dal rischio di sviluppare il tumore del collo dell’utero. Dai primi studi effettuati è emerso che la risposta immunitaria è almeno 40-60 volte maggiore di quella naturale, ponendo questo vaccino tra i più efficaci. Il vaccino anti-HPV valutato contiene sia i genotipi HPV a maggior rischio tumore (tipi 16 e 18) sia quelli correlati alla patologia benigna (tipi 6 e 11) e non dà alcun effetto collaterale, se non quello classico nella sede d’iniezione. Questo vaccino offre pertanto la possibilità di una protezione dall’insorgenza di questa neoplasia e anche dalla condilomatosi, patologia tre volte più diffusa dell’herpes genitale e che per i ceppi virali ad alto rischio rappresenta la condizione necessaria per lo sviluppo del carcinoma della cervice uterina. In attesa del vaccino la malattia può essere controllata anche attraverso l’impiego di un nuovo test HPV. Questa metodica – già ampiamente utilizzata in molti Paesi occidentali tra cui Usa, Gran Bretagna, Germania e non ancora altrettanto diffusa in Italia – consente di verificare in modo semplice la presenza di ceppi HPV ad alto e basso rischio. Grazie all’integrazione con il Pap test, specie nelle donne dopo i 30 anni o in quelle con risposta dubbia al Pap test, si riescono a discriminare le persone che non presentano alcun rischio da quelle che invece devono affrontare un ulteriore livello diagnostico, cioè la colposcopia. A tutt’oggi solo il 50% delle donne in età da pap test effettuano l’esame almeno una volta ogni cinque anni. Con notevoli differenze fra il centro-Nord (che raggiunge punte del 75% ) e il sud che globalmente non supera il 35%. Tutto ciò mentre è ormai risaputo che l’adesione ad un programma di screening potrebbe portare alla quasi eradicazione del tumore del collo dell’utero. Il programma di prevenzione attiva del Ministero si pone l’obiettivo di eliminare questo notevole disequilibrio territoriale attraverso l’istituzione di centri regionali per l’attuazione dello screening utilizzando le più moderne tecniche già adottate da alcuni Paesi europei. La Commissione ministeriale ha comunque preso atto dell’importanza del test dell’Hpv all’interno dei programma di screening, in attesa dei risultati del più importante studio al mondo di comparazione su 100.000 donne fra pap-test convenzionale e test Hpv effettuato su citologia su strato sottile, completamente condotto dall’Italia con fondi pubblici dallo Stato, da 8 Regioni e dall’Unione europea. Dati che saranno disponibili entro il prossimo anno.
INDEBOLIRE LE CELLULE TUMORALI PER RIDURRE LE DOSI DI FARMACI Sensibilizzare la cellula maligna prima di attaccarla per vincere i tumori con dosi di farmaci cosi' basse da non creare effetti collaterali. E' la strategia descritta sulla rivista Cell da George Thomas e Stefano Fumagalli dell'universita' di Cincinnati presso il Genome Research Institute, che hanno testato con successo la combinazione di due farmaci, uno per danneggiare il Dna delle cellule tumorali, l'altro per renderle piu' vulnerabili al primo farmaco. Alcuni trattamenti anti-cancro si basano su molecole che danneggiano il Dna cellulare. Questi principi attivi, pero', devono essere dosati con precisione perche' se la dose e' insufficiente rischiano di essere inutili in quanto la cellula e' in grado di mettere in atto processi che riparano il suo Dna e puo' continuare a proliferare. Con dosi massicce, invece, il rischio e' di forti effetti collaterali. La soluzione, secondo Thomas e Fumagalli, sta nell'accompagnare a questi farmaci un secondo farmaco che renda le cellule malate piu' sensibili al danno al Dna e che quindi permetta di abbassare la dose utile dell'agente che danneggia il Dna. I ricercatori hanno ottenuto buoni risultati combinando insieme il cisplatino, che danneggia il Dna, con il RAD001, un derivato del farmaco rapamicina che e' un immuno-soppressivo usato nella terapia dei trapianti d'organo ma gia' noto agli oncologi perche' ha mostrato promettenti capacita' anti-tumorali. La molecola RAD001 permette di abbassare la dose di cisplatino necessaria a bloccare il processo di riparazione del Dna della cellula cancerosa. Poiche' circa la meta' dei tumori solidi si difende da agenti come il cisplatino innescando processi di riparazione del Dna, questo approccio di terapia combinata, hanno concluso gli esperti, potrebbe rivelarsi decisivo nella cura di moltissime neoplasie.
IN
EUROPA 1 MALATO SU 3 RICORRE ALLA MEDICINA ALTERNATIVA
“LA VOCE DEI PAZIENTI”, LE STORIE DEI MALATI DI CANCROIN UN LIBRO L’ESPERIENZA DEL NUMERO VERDE AIOM Due anni di esperienza, oltre 7000 telefonate ricevute: storie di uomini e donne che improvvisamente si sono trovati a fare i conti con il cancro, con il proprio vissuto e un futuro carico di incognite, di dubbi e di ansie. Storie raccontate all’800.237303, il Numero Verde dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), e adesso raccolte in un volume dal titolo “La voce dei pazienti”, edito da Intermedia, presentato oggi al Circolo della Stampa di Milano alla presenza del ministro della Salute, prof. Girolamo Sirchia. Il libro, oltre a riportare le testimonianze di alcuni pazienti e i ricordi personali degli oncologi dell’AIOM, cerca anche di rispondere alle principali domande degli utenti e di fornire un supporto di informazioni utili a chi si trova ad affrontare, a qualsiasi livello, una patologia oncologica. “Mai come negli ultimi 10 anni – sostiene il prof. Roberto Labianca, presidente nazionale AIOM - abbiamo assistito a progressi così importanti e decisivi nella comprensione della biologia dei tumori e nella loro cura: attualmente riusciamo a guarire oltre il 50% delle circa 270.000 persone che ogni anno si ammalano di cancro in Italia. Queste conquiste, inimmaginabili anche solo 15-20 anni fa, sono principalmente il risultato del lavoro dei ricercatori, dei clinici, dell’industria. Credo però che tali risultati non si sarebbero ottenuti se non ci fosse stato un cambiamento ‘epocale’ nel rapporto medico paziente. Per troppo tempo noi oncologi siamo rimasti chiusi nella torre d’avorio della scienza medica, trascurando il dialogo con i cittadini, i famigliari, gli amici, i conoscenti dei nostri malati. L’AIOM ha voluto ristabilire un contatto più umano utilizzando anche i nuovi strumenti tecnologici. Uno di questi è il Numero Verde, dal quale emerge forte una richiesta di aiuto ‘globale’, che si fonda innanzitutto sulla conoscenza, sulla consapevolezza di una diagnosi e di un percorso di cura. Il libro, che per ora metteremo a disposizione dei pazienti nelle varie oncologie, è un piccolo vademecum, che attraverso la voce di alcuni pazienti vuole offrire aiuto e speranza a chi si trova a combattere un cancro”.
LE PAROLE DI VERONESI RISCHIANO DI
DISORIENTARE Per l’immunologo Fernando Aiuti dell’Universita’ di Roma “La Sapienza” suscitano “sconcerto” le dichiarazioni fatte nei giorni scorsi da Umberto Veronesi sulla sul ruolo fondamentale di alcuni alimenti nella cancerogenesi e per contro sulla scarsa importanza dell’inquinamento ambientale scarsa incidenza dei tumori. “Il pericolo - avverte Aiuti - e’ che le persone, in particolare quelle nelle fase della crescita o anziane, o con varie patologie da deficit immunitario o dismetaboliche, possano recepire il messaggio come una indicazione ad eliminare completamente le proteine animali ed alcuni minerali contenuti nel latte e nella carne, fondamentali ed indispensabili per l’organismo. “E’ noto da anni - dice Aiuti - che alcuni eccessi alimentari o alcuni alimenti possono essere fattori concausali nella insorgenza di alcuni tipi di tumori e che la prevenzione e’ fondamentale, ma i messaggi devono ricordare che i fattori potenzialmente in causa nell’ insorgenza dei tumori sono molteplici: vanno ricordati i virus, le radiazioni solari (il sole va preso con attenzione e gradualita’), il fumo (anche una sigaretta e’ di troppo), l’alcool (quando se ne fa un abuso e non in dosi moderate), l’inquinamento atmosferico, la presenza di geni oncogeni che le persone possono ereditare”. Inoltre, l’immunologo de La Sapienza teme che “questi messaggi a senso unico possono incentivare l’insorgenza di altre patologie causate da carenze alimentari o errori alimentari oggi diventati frequenti e gravi negli adolescenti e nei giovani come l’anoressia”.
ANZIANI A RISCHIO DISCRIMINAZIONE
NELLE CURE Rischio discriminazione nelle cure per gli anziani ammalati di tumore. Lo rileva un sondaggio condotto da Ermeneia che ha interrogato 200 primari di oncologia sull'assistenza dedicata agli over 65 colpiti da tumore: la grande maggioranza degli specialisti (61,7%) ritiene che all'interno delle strutture di assistenza gli over 65 corrono il rischio di non ricevere cure adeguate a causa della loro stessa eta' e a volte questo fenomeno puo' assumere le forme di una vera e propria discriminazione. Quando invece la quasi totalita' dei medici (84,7%) ritiene che ''agli gli anziani deve essere dedicata piu' cura e attenzione rispetto ad un paziente adulto''. Lo studio, promosso dall'associazione italiana per l'oncologia della terza eta' (Aiote), e presentato in una conferenza alla Camera, ha messo in evidenza come il sistema sanitario debba fare i conti con questa nuova emergenza anziani che rappresenta la quota di malati piu' rilevante nella pratica clinica oncologica. Secondo quanto emerge dall’indagine, quasi due terzi (63,7%) dei circa 300.000 casi di neoplasie solide (seno, prostata, polmone e colon) e dei tumori del sangue diagnosticati ogni anno, riguardano appunto anziani che corrono un rischio 40 volte maggiore di sviluppare un tumore rispetto alle persone di 20-44 anni di eta' e circa 4 volte superiore rispetto alle persone di 45-64 anni. Confrontarsi con un malato di tumore anziano – affermano gli oncologi che hanno promosso l’indagine - vuol dire fare i conti con una complessita' data la presenza di patologie tipiche dell'eta' e percio' di terapie farmacologiche in corso. Per questo vanno sperimentate linee guida adatte a questo tipo di persone che presentano una maggiore debolezza''. ''Piu' che reperire nuove risorse economiche per l'assistenza all'anziano ammalato di tumore - ha detto Giuseppe Petrella, vicepresidente della commissione Affari sociali della Camera - e' necessario razionalizzare le risorse gia' esistenti e gia' impiegate per integrare le differenti specializzazioni dedicate alla cura e all'assistenza''. Secondo il sottosegretario alla salute Maria Elisabetta Casellati e' necessario dotarsi di una strategia unitaria che sappia ricercare un equilibrio tra la rete di sostegno formale garantita dalle istituzioni e quella informale al cui centro c'e' la famiglia''.
TUMORI:
CERVELLO, CHEMIO RADDOPPIA SOPRAVVIVENZA SI SPERIMENTA INIBITORE PROLIFERAZIONE VASCOLARE In cinque anni si e’ passati da una morte
quasi certa entro un anno a una sopravvivenza piu’ che dignitosa:
dopo trent’anni di buio assoluto, la ricerca traslazionale ha forse trovato la chiave d’accesso alla comprensione
dei tumori
cerebrali e ha messo a punto alcune importanti
strategie di cura, che hanno gia’ dato risultati eccezionali.
L’ultima e’ stata pubblicata ieri sul New England Journal of Medicine e ha visto l’apporto della Neuroncologia
di Padova, diretta da Alba
Brandes. Lo studio, condotto dall’Organizzazione Europea per la Ricerca e la Cura del Cancro (EORTC) e dal National Cancer l’intervento chirurgico, la somministrazione della chemioterapia a base di temozolomide, in aggiunta alla radioterapia, raddoppia il numero di persone vive a 24 mesi di distanza dall’operazione. “In particolare - spiega la dott. Brandes, coautrice dello studio - abbiamo visto che la sopravvivenza media dei pazienti trattati con la combinazione radio-temozolomide era di 14,6 mesi contro i 12,1 mesi di chi era stato curato con la sola radioterapia. Dopo 2 anni questa condizione favorevole e’ aumentata al 26,5% nel primo gruppo contro il 10,4% del secondo. Vantaggio che si e’ poi mantenuto a distanza, appunto, di quasi tre anni dalla resezione del tumore, con una riduzione del rischio di morte del 37%”. In base a queste evidenze e al basso profilo di tossicita’ - aggiunge Brandes - il trattamento chemio-radio e’ percio’ diventato lo standard per i pazienti con glioblastoma. Ora la sfida della neuro-oncologia - sostengono gli oltre 400 esperti riuniti la scorsa settimana al Policlinico di Padova per la “3a International Conference on Future Trends in the Treatment of Brain Tumors” - e’ di migliorare ulteriormente i risultati clinici contro i gliomi maligni partendo proprio da questa nuova piattaforma. Il glioblastoma e’ una patologia altamente aggressiva: rappresenta il 12-15% di tutti i tumori
del cervello e il 50-60% dei tumori
astrocitari, con un’incidenza nel mondo di 175 mila casi e 125 mila decessi. FUMATRICI IN GRAVIDANZA, NASCITURO A RISCHIO CANCRO Le donne che fumano in gravidanza rischiano di compromettere la salute del proprio feto provocando danni al suo Dna, con conseguente aumento di rischio cancro per il nascituro. E' la dimostrazione fatta da Rosa Ana de la Chica dell'Universita' Auto'noma di Barcellona a Bellaterra, di un sospetto gia' evidenziato in passato su modelli animali. La ricercatrice ha riportato sulla rivista JAMA: The Journal of the American Medical Association che cellule fetali raccolte nel liquido amniotico di gestanti fumatrici rispetto a cellule di controllo prese da gestanti non fumatrici, presentano varie modifiche genetiche quali anomalie cromosomiche, instabilita' e lesioni cromosomiche. Il principale effetto 'genotossico' si riscontra a carico di certe regioni genomiche connesse con l'emopoiesi, ovvero la formazione del sangue. Secondo de la Chica queste alterazioni potrebbero aumentare il rischio di tumori pediatrici e malattie genetiche. I ricercatori spagnoli hanno voluto verificare sulle donne i rischi del fumo in gravidanza, gia' molto indagati in animali. Cosi' semplicemente gli esperti hanno controllato il Dna di cellule fetali di 50 donne che si erano sottoposte per esami di routine all'amniocentesi. Venticinque di queste future mamme fumavano almeno 10 sigarette al giorno ed avevano una decennale storia da fumatrici. Le altre invece non toccavano neppure una 'bionda' nel periodo della gestazione. Facendo i dovuti confronti gli esperti hanno rilevato anomalie cromosomiche strutturali nel 12,1 per cento delle cellule dei feti di fumatrici contro il 3,5 percento di quelli delle non fumatrici; instabilita' cromosomica fetale (cioe' cromosomi soggetti a rottura in alcuni punti) nel 10,5 per cento contro l'8 per cento dei controlli; lesioni cromosomiche nel 15,7 per cento delle cellule fetali delle fumatrici contro il 10,1 per cento di quelle prese dalle future mamme non fumatrici. ''E' stato suggerito in passato che l'aumento di lesioni cromosomiche e instabilita' genomica sono associate ad un aumento di rischio di cancro'', ha fatto notare de la Chica, quindi il fumo produce sul feto effetti genotossici che incidono su questo rischio, soprattutto per quel che riguarda neoplasie pediatriche. Ma questi risultati, ha concluso con cautela l'esperta, devono essere considerati ancora preliminari e ad essi si devono far seguire nuovi studi.
PROSTATA,
CHEMIOTERAPICO AUMENTA LA SOPRAVVIVENZA UTILIZZATO
QUANDO LA MALATTIA DIVENTA REFRATTARIA Un’arma in piu’ contro il cancro della prostata, soprattutto quando
la malattia non risponde piu’ al trattamento ormonale, il che
purtroppo accade alla maggioranza dei pazienti dopo un periodo
di trattamento fra 1 e 4 anni. E’ un chemioterapico a base
di docetaxel, gia’ utilizzato da molti anni per i tumori
metastatici
del seno e del polmone, che ha dimostrato la sua efficacia in termini di
riduzione del rischio di morte da carcinoma
prostatico in due studi su un totale di 1800 pazienti. Questo farmaco,
approvato con questa nuova indicazione dall’ Fda (l’agenzia americana
di controllo sui farmaci) nel maggio e dall’EMEA
(l’analoga agenzia europea) nell’ottobre scorsi, e’ stato accolto con molto interesse dagli oncologi italiani.
Prima del docetaxel c’era
un solo chemioterapico
registrato per il carcinoma prostatico: il mitoxantrone.
Un altro vecchio farmaco usato era l’estramustina, un cocktail di chemio piu’ estrogeni. Entrambi sono poco
usati in Europa in quanto, pur avendo dimostrato qualche vantaggio
UN MODELLO MATEMATICO PER FREQUENZA MAMMOGRAFIE Quanto spesso le donne dovrebbero sottoporsi al test mammografico? Un gruppo di ricercatori del Dan-Faber Cancer Institute di Boston ha messo a punto un modello matematico che mette in relazione la frequenza della mammografia al numero di vite salvate da una diagnosi precoce di tumore. Il modello statistico e’ stato presentato in un incontro dell’American Association for the Advancement of Science e si basa sull’analisi dei dati statistici sui tumori e di numerosi trial clinici sullo screening mammografico condotti in passato. Dallo studio risulta che uno screening annuale, per donne tra i 50 e i 79 anni, riduce la mortalita’ del 37%, rispetto al 30% di riduzione effettuando il test ogni due anni, e al 26% ogni tre anni. Per chi invece si sottopone a una mammografia a 40 anni, il rischio si riduce solo del 5%, poiche’ l’incidenza di cancro nelle donne piu’ giovani e’ molto bassa. Tuttavia, sottolineano gli autori della studio Sandra Lee e Marvin Zelen, lo screening tra i 40 e i 50 anni e’ importante in quanto il tumore puo’ essere in questi casi piu’ aggressivo. Se le donne si sottopongono a una mammografia ogni due anni a cominciare dai 40 anni d’eta’, e ogni anno a partire dai 50, la riduzione della mortalita’ si calcola sia pari al 33%. Il modello del Dana-Faber suggerisce quindi che solo all’aumentare del rischio con l’eta’, occorre associare un aumento della frequenza del test: questo metodo, che individua una soglia per un aumento della frequenza dei test, prevede che tra i 40 e i 79 anni le donne si sottopongano a 18 mammografie, con una riduzione stimata della mortalita’ complessiva pari al 26%. Il modello matematico e’ anche in grado di fornire una sorta di tabella di marcia ‘personalizzata’ a seconda del rischio: le donne che hanno una storia familiare a rischio dovrebbero sottoporsi alla mammografia precocemente e, a seconda dei fattori di rischio che presenta il loro caso specifico, con il modello e’ possibile stabilire la frequenza consigliata con la quale sottoporsi al test mammografico. Lo studio americano ha effettuato anche un calcolo dei costi relativi a diverse frequenza di screening e per questo rappresenta anche un’importante riferimento per le decisioni in politica sanitaria. Attualmente l’American Cancer Society raccomanda che le donne che hanno compiuto 40 anni si sottopongano al test ogni anno. Diverso invece il caso del Regno Unito, dove il National Health System copre i costi delle mammografie solo a un intervallo di tre anni ed esclusivamente per le donne con piu’ di 50 anni. Secondo gli autori della ricerca, il modello matematico proposto puo’ essere un utile strumento per eliminare test non necessari laddove il rischio di tumore e’ ragionevolmente basso e, viceversa, per incrementare le diagnosi precoci nel caso in cui il rischio sia invece piu’ alto, tenendo conto pero’, allo stesso tempo, del fatto che un falso positivo puo’ essere traumatico per una donna e condurre a biopsie non necessarie che aumentano ingiustificatamente la spesa sanitaria.
LEUCEMIA MIELOIDE, BENE PRIMI TEST VACCINO ITALIANO. POTREBBE MIGLIORARE L’EFFICACIA DEI FARMACI CONVENZIONALI Un vaccino terapeutico contro la leucemia mieloide cronica messo a punto in Italia ha passato con successo i primi test su pazienti e si appresta ad entrare nelle successive fasi di sperimentazione. L’annuncio e’ dato stato la scorsa settimana da Monica Bocchia dell’Università di Siena sulla rivista The Lancet. Somministrato insieme ai farmaci tradizionali contro questa leucemia, il vaccino, a base di una proteina tumorale, e’ riuscito a dare la completa remissione dalla malattia in cinque dei 16 pazienti su cui e’ stato testato mentre negli altri ha permesso una significativa riduzione della malattia residua. Contro la leucemia mieloide cronica, un tumore del sistema immunitario dovuto alla formazione di un cromosoma aberrante per rottura e riunione di due diversi cromosomi, oggi vengono usati il gleevec e l’interferone. Pero’ non sempre queste molecole da sole ce la fanno a portare il malato in fase di remissione ovvero alla scomparsa delle cellule tumorali e, quindi, all’impossibilita’ di rilevare la presenza del cromosoma ‘Philadelphia’ com’e’ chiamata la struttura genomica aberrante alla base di questa neoplasia. Inoltre molti pazienti diventano resistenti al trattamento con Gleevec e, mentre molte case farmaceutiche sono in corsa per mettere a punto molecole di nuova generazione per ovviare al problema della resistenza al farmaco un vaccino terapeutico potrebbe essere una soluzione concreta alla neoplasia. La sperimentazione del vaccino e’ avvenuta su 16 paziente che prendevano o gleevec o interferone ed erano in condizioni di stabilita’ ma ancora con malattia. Il vaccino, basato su una proteina tumorale che insegna alle difese del corpo ad attaccare le cellule malate, e’ stato iniettato, una dose ogni due settimane, per sei volte ed ha permesso la progressiva riduzione della malattia residua in tutto il gruppo fino alla completa remissione per cinque pazienti. “I nostri dati preliminari - ha dichiarato Bocchia entusiasta - indicano che il vaccino insieme alle cure convenzionali potrebbe favorire la scomparsa della malattia residua”; data la facilita’ di somministrazione e la sua non tossicita’ e i primi indizi di efficacia e’ ragionevole compiere ulteriori ricerche su questo vaccino.
NUOVO SISTEMA ECOGRAFICO ATTIVO AL FBF: INDAGINI E DIAGNOSI PIU’ PRECISE ED ECOCONTRASTOGRAFIA Grazie all’intervento dell’associazione Progetto Oncologia UMAN.A, da questo mese il reparto di Oncologia Medica del Fatebenefratelli ha un nuovo ecografo, un’apparecchiatura ad elevata tecnologia capace di adattarsi a diverse esigenze diagnostiche, fornendo una migliore e più accurata definizione dell’immagine del tessuto esplorato. Il Sistema ecografico ProSound SSD-5500 e PHD SV integra nuove funzioni per le applicazioni in campo internistico, sfruttando tecnologie ad hoc per l’incremento della risoluzione spaziale e della risoluzione di contrasto. La struttura dell’immagine viene ulteriormente migliorata con l’applicazione di particolari moduli di elaborazione presenti nel software principale della macchina. L’applicazione del Color Doppler integra l’imaging fornendo informazioni sulla vascolarizzazione. Con il nuovo ecografo sarà possibile anche un salto di qualità dell’attività diagnostica approfondendo campi di studio sofisticati, quali l’eco contrastografica che, grazie all’utilizzo di mezzi di contrasto -che accentuano e migliorano il segnale fornito dalle strutture vascolari- sfruttano le possibilità diagnostiche offerte dall'analisi dei segnali eco riflessi dai tessuti perfusi.
COMPOSTO ANTICANCEROGENO TROVATO NELLE CAROTE Secondo quanto consiglia uno studio anglo-danese, pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry, le carore risultano contenere un composto con azione anticancerogena, il 'falcarinolo'. Ed esperimenti su ratti predisposti al cancro al colon, dimostrano che puo' ridurre di un terzo il rischio di sviluppare tumori. La coordinatrice Kirsten Brandt, dell'University of Newcastle upon Tyne, spiega che ''finora non si conosceva il meccanismo con cui le carote proteggevano dal cancro. Adesso che abbiamo capito che dipende dal falcarinolo - continua la ricercatrice - cercheremo di determinare quanto e' necessario mangiarne per prevenire i tumori. Il passo successivo sara' individuare le varieta' di carota che ne contengono maggiori quantitativi''. La ricercatrice suggerisce che il composto potrebbe rivelarsi utile anche per mettere a punto nuovi farmaci anti-tumorali. Gli esperimenti sono stati effettuati, in collaborazione con il Danish Institute of Agricultural Sciences (Aarslev), su ratti con caratteristiche genetiche che facilitano lo sviluppo di tumori. Gli animali sono stati trattati con una tossina, l'azossimetano, che provoca cancro al colon e, quindi, suddivisi in tre gruppi, a seconda di come veniva modificata la loro dieta. Nel primo gruppo il normale cibo per roditori veniva integrato con carote congelate ed essiccate, nel secondo con amido di mais 'migliorato' dall'aggiunta di falcarinolo e nel terzo con semplice amido di mais. La quantita' di falcarinolo aggiunta all'amido era uguale a quella presente nella 'dose' di carote data al primo gruppo. Dopo quattro mesi e mezzo le analisi hanno rivelato che sia i ratti alimentati con le carote sia quelli nutriti con l'amido 'arricchito' al falcarinolo erano stati significativamente protetti dallo sviluppo di tumori al colon. CANCRO COLON, L’AUTOCONTROLLO PUO' SALVARE LA VITA Diagnosi precoci quadruplicate in due anni e la speranza di arrivare a guarire nove malati su dieci, entro i prossimi cinque anni. Il tutto grazie a un test semplice, rapido e indolore, che tutti possono fare a casa, la ricerca del sangue occulto nelle feci. A lanciare un modello di 'screening-tipo' di massa mirato ai 50-69enni ''esportabile in tutta la regione e nell'intera penisola'', e' il Veneto. Il programma - finanziato dalla Regione nell'ambito di un progetto del valore di 1,5 milioni di euro, messi a disposizione per sostenere 7 protocolli di screening - ha coinvolto quasi 52 mila cittadini in 28 comuni, 160 medici di famiglia e 350 volontari della Lega italiana per la lotta contro i tumori. E, secondo i responsabili, ha ottenuto un successo record: il 74,3% delle persone contattate (oltre 38 mila, cioè tre su quattro) ha aderito allo screening. Il 7,4% e' risultato positivo e invitato a una colonscopia. Quasi il 90% di chi era stato chiamato a farla l'ha eseguita, per un totale di oltre 2.400 esami che hanno permesso di diagnosticare circa 1.200 tumori benigni, ma a rischio, e 166 tumori maligni. L'asportazione di polipi e adenomi benigni ha consentito di ridurre l'incidenza di cancro del 76-90%, mentre tra i pazienti piu' gravi - tutti quanti operati - il 38% e' guarito del tutto. ''Grazie allo screening, questi malati hanno vinto al superenalotto'', assicurano i medici.
RIDUZIONE
DELLE LISTE D’ATTESA: LE ULTIME PROPOSTE Se i tumori si combattono con una corsa contro il tempo le liste di attesa sono il primo nemico da affrontare. Oggi i malati oncologici di alcune regioni del sud possono attendere anche tre mesi per radio e chemioterapia, denuncia il Tribunale per i diritti del Malato. Al sud mancano infatti secondo le analisi del Tdm il 50 per cento delle unita' di radioterapia. Per i malati meridionali non resta quindi che affidarsi, troppo spesso, ad una struttura del centro o del nord. Ma queste ultime a loro volta si appesantiscono, causando altri viaggi della speranza in altri paesi di confine come la Francia o la Svizzera. I dati a disposizione del Tribunale dei Diritti del Malato parlano anche di un allungamento dei tempi per gli interventi chirurgici, compresi quelli oncologici. Una soluzione potrebbe essere la libera professione aziendale, prevista dal contratto nazionale dei medici. ''Non si tratta - ha spiegato Serafino Zucchelli, segretario nazionale dell'Anaao Assomed, il maggiore sindacato dei medici dipendenti dell'Ssn - dell'intramoenia che e' una libera professione pura. E' un altro strumento: la libera professione aziendale, fatta dall'azienda sanitaria in conto terzi. Se nell'attivita' istituzionale normale non si riesce a coprire una bisogno di servizi ci si puo' rivolgere ai propri medici che possono lavorare, appunto per ridurre le liste di attesa, fuori orario. Uno strumento gia' utilizzato con successo per sopperire alla mancanza di medici anestesisti e rianimatori''. In Lombardia le liste di attesa per i malati di tumore praticamente non esistono, afferma l'assessore regionale alla Sanita', Carlo Borsani. ''Dal primo gennaio scorso - ha spiegato - tutti gli interventi di chirurgia oncologica e di radioterapia sono fuori dai tetti di spesa, quindi vengono sempre rimborsati dalla Regione''. ''Per un sospetto di tumore poi - aggiunge l'assessore - c'e' l'obbligo di visita entro 72 ore. Piu' di cosi' non credo si possa fare''.
TUMORE AL SENO, DONNE IN
SOVRAPPESO PIU' A RISCHIO Le
donne in sovrappeso a cui viene diagnosticato un tumore al seno, o che
aumentano di peso dopo la diagnosi, sono più esposte al rischio di avere
recidive. Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori del dipartimento clinico
Brigham and Woman Hospital, della Harvard Medical School di Boston, il cui
lavoro è apparso sul Journal of Clinical Oncology. Allo studio hanno
partecipato 5.204 pazienti nell'arco di 24 anni. L'effetto del sovrappeso
è più accentuato nelle donne non fumatrici e in particolare i
ricercatori americani hanno rilevato un rischio che è quasi il doppio
nelle donne che non hanno mai fumato e che sono in sovrappeso, rispetto
alle non fumatrici normopeso. Inoltre, le pazienti che sono ingrassate in
media di 8 kg, avevano una probabilità di recidive fino a una volta e
mezza superiore. Si tratta del primo studio che analizza, per il tumore al
seno, il fattore peso insieme al fattore fumo, anche se già era noto che
il rischio, per quanto riguarda il tumore al seno, era in relazione con la
massa grassa oltre che con il fumo. Secondo Candyce Kroenke, che ha
diretto il gruppo di Harvard, le donne a cui è stato diagnosticato di
recente un tumore alla mammella o ad alto rischio, dovrebbero cercare di
non andare in sovrappeso.
USA, ANTICORPI RADIATTIVI
SCONFIGGONO LINFOMA Una cura a base di anticorpi radioattivi ha avuto la meglio contro un tumore finora considerato incurabile, il linfoma follicolare in stadio avanzato. Si chiama regime terapeutico 'Bexxar' e' stato messo a punto da Mark Kaminski della University of Michigan Comprehensive Cancer Center e il 95% dei pazienti ha risposto ad una sola settimana di trattamento che addirittura ha dato la completa remissione dalla malattia nei 75% del campione, remissione che perdura per ben 5 anni in tre pazienti su quattro. Questi positivi risultati delle sperimentazioni cliniche che hanno coinvolto 76 pazienti sono stati riportati sul New England Journal of Medicine. Il linfoma follicolare, uno dei linfomi Non-Hodgkin (sesta causa di morte in Usa per tumore), finora era considerato incurabile, infatti non rispondeva neanche a mesi di chemioterapia, con tutti gli effetti collaterali che ne derivavano. Invece contro di lui si e' rivelata efficacissima e con minimi effetti collaterali una sola settimana di regime terapeutico Bexxar, il cui uso era stato approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) nel 2003, ma solo come ultima terapia possibile in caso tutte le altre avessero fallito. In questo studio invece, ha precisato Kaminski, per la prima volta Bexxar e' stato usato come primo protocollo terapeutico di scelta su questi pazienti e i risultati sono stati ben piu' positivi del previsto. Il regimen Bexxar e' un missile intelligente in cui un 'radar' molecolare, 'tositumomab', l'anticorpo specifico contro le cellule malate porta a segno l'attacco inferto dallo iodio radiattivo. La terapia viene iniettata nel sangue e le dosi sono decise in maniera personalizzata per ogni malato. E' sufficiente una settimana di trattamento e come unico effetto collaterale si ha la riduzione dell'ematocrito nelle settimane successive, mentre non si ha la perdita di capelli e quasi mai la nausea tipiche della chemioterapia. Bexxar quindi potrebbe mandare in pensione quest'ultima, hanno concluso gli esperti, nella cura del linfoma follicolare.
IL SOSTEGNO AL MALATO E AI SUOI FAMILIARI SUL
SECONDO NUMERO DI FBF ONCOLOGIA E’ uscito ed è disponibile gratuitamente presso la Divisione oncologica oppure su questo sito (http://www.fbf.milano.it/oncologia/allegati/FBF02.pdf), il secondo numero della rivista ufficiale dell’Oncologia Medica e Chemioterapia dell’Ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano. La rivista, che si intitola ‘FBF Oncologia’, è stata fondata pochi mesi fa, nell’ambito di un complessivo progetto di potenziamento della comunicazione pubblica della Divisione di Oncologia Medica che ha reso anche più navigabile e ricco di contenuti il sito web che ospita ora una nuova sezione con le news in oncologia. Il primo numero della rivista è uscito a settembre dello scorso anno. Il nuovo numero di gennaio 2005, contiene, oltre all’editoriale del prof. Alberto Scanni, direttore Dipartimento di Oncologia, che interviene sul problema della formazione dei giovani medici, altri articoli dedicati al problema del malato di cancro: da come comunicare la patologia a malato e familiari, al tipo di assistenza richiesta che varia in funzione del paziente. -
Nei casi di tumori in fase avanzata, l’assistenza può essere prestata
in hospice, il luogo più specializzato in questa tipologia di cure. L’hospice
del Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano “Casa
Claudia Galli” è stato realizzato grazie al contributo dell’associazione di
volontariato Progetto Oncologia UMAN.A (Onlus
per l’umanizzazione dell’assistenza oncologica) costituitasi nel 1991, con sede presso la Divisione di Oncologia Medica e
Chemioterapia del Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano. La struttura è
pubblica e la domanda di ospitalità (è questo, in una parola, il
significato dell’hospice) può essere accolta telefonando al
02.63632593: le liste d’attesa sono di circa una settimana.
L’Associazione Progetto Oncologia UMAN.A
oltre a partecipare alla gestione dell’hospice si occupa di altri
progetti di assistenza a pazienti e ai loro familiari, “prendendosi
cura” del malato, seguendolo durante la malattia e aiutandolo, con i
familiari, ad inserirsi serenamente nella struttura oncologica mantenendo
con essa un rapporto di amicizia e di collaborazione. - Un altro articolo di FBF Oncologia n° 2
approfondisce il ruolo della psicoterapia nel difficile percorso della
malattia, sia come supporto ai pazienti che ai loro familiari. Completano questo secondo numero della
rivista: -
un
articolo/intervista a Carmen - pittrice cilena che vive dal 1953 a Milano
e che ha da poco superato con fiducia la malattia, anche grazie alla sua
passione per il ‘bello’ e - una spiegazione chiara ed esauriente sul significato e i vantaggi reali che ha, per un ospedale come il FBF ma soprattutto per i suoi pazienti, aver acquisito nel corso del 2004 la certificazione di qualità.
PROSTATA,
LA DIAGNOSI CON TEST DEL PSA NON E’ ACCURATA SU OBESI Il
sovrappeso potrebbe nascondere la presenza del cancro alla prostata in un
uomo che si sottoponga al test diagnostico di routine, quello
dell'antigene prostatico 'PSA'. Il test potrebbe essere infatti meno
accurato se ci sono dei chili di troppo, ha spiegato Jacques Baillargeon,
dell'Università del Texas a San Antonio sulla rivista Cancer, poiché i
livelli di antigene sono più bassi della media in tutti gli individui in
sovrappeso. Lo studio statunitense, condotto su 2799 uomini sani ma in
sovrappeso, ha dimostrato che le concentrazioni di PSA in questi individui
sono sempre più basse di quelle in uomini in peso forma. Quindi, dicono
gli esperti, ci si aspetta che negli obesi il livello di PSA possa essere
più basso anche in presenza del tumore, dando un falso negativo come
risultato del test. Secondo i ricercatori dunque si devono riscrivere le
tabelle dei valori di PSA cui i medici fanno riferimento per interpretare
i risultati del test e stabilire soglie di allarme più basse per
individui con chili di
troppo.
NON
ESISTE PERSONALITA' PREDISPOSTA A CANCRO Sfatata una diffusa credenza medico-psicologica: non esisterebbe affatto - secondo un nuovo studio europeo - un prototipo di personalità in grado di per sé di rendere una persona più suscettibile allo sviluppo dei tumori. Dati alla mano, dopo aver analizzato ben 30mila gemelli svedesi per oltre 25 anni, gli scienziati non hanno individuato alcun tratto delle personalità capace di influenzare una marcata propensione al cancro. Pubblicato sulla rivista specializzata Usa 'Cancer', il rapporto dell'Istituto di epidemiologia dei tumori di Copenaghen precisa: “Non abbiamo individuato alcuna associazione tra caratteristiche personali quali il livello di nevrosi e i rischi di manifestare tumori”. Allo steso modo, per la ricerca, un atteggiamento ottimista e positivo nella vita non avrebbe effetti su di una minore predisposizione al cancro. Le personalità più nevrotiche e agitate non avrebbero evidenziato nemmeno una più alta propensione a comportamenti a rischio quali il vizio del fumo. La genetica insomma sembra giocare la parte più importante.
SCOPERTA PROTEINA 'POKEMON' BERSAGLIO PER CURE ANTITUMORI Si chiama 'Pokemon', proprio come i personaggi di un cartone animato molto amato dai bambini, ed è una proteina ritenuta responsabile della formazione e dello sviluppo di diversi tipi di tumore. A scoprirla un ricercatore romano, da 10 anni negli Stati Uniti, Pier Paolo Pandolfi, direttore del 'Cancer Biology and Genetics laboratory' dello Sloan-Kettering Institute di New York. Lo studio, coordinato da Pandolfi, è pubblicato sulla rivista Nature. I ricercatori hanno scoperto, in uno studio sui topi, che l'aumento di concentrazione di questa proteina (il cui nome per esteso e' 'POK Erythroid Myeloid Ontogenic factor'), stimola la trasformazione cancerosa delle cellule del sangue e provoca lo sviluppo di linfomi. Inoltre, sono stati trovati alti livelli di Pokemon anche nei pazienti con tumori mammari, polmonari, al colon, alla prostata e alla vescica. Secondo Pandolfi “il ruolo chiave giocato dalla Pokemon nella trasformazione cancerosa delle cellule rende questa proteina un bersaglio molto promettente per la creazione di nuove terapie antitumorali. E quando riusciremo a sviluppare un farmaco contro questo gene, e sappiamo come fare perché conosciamo come funziona la proteina codificata, potremo bloccare il processo tumorale. La scoperta - aggiunge - è estremamente significativa: abbiamo infatti dimostrato che, una volta neutralizzato e bloccato il gene, il 'cammino del tumore' si arresta completamente. Negli ultimi anni - ricorda - sono stati individuati molti geni che causano il cancro ma nessuno con le particolari caratteristiche di Pokemon. I ricercatori, in collaborazione con l'Istituto di ricerca sul cancro Research di Londra, hanno modificato delle cellule cutanee di topo, i 'fibroblasti', in maniera da eliminare il gene Zbtb7, che produce la proteina. Quindi, le cellule sono state esposte a diverse sostanze cancerogene. E si è osservato che, in assenza della Pokemon, i fibroblasti rimanevano perfettamente sani. Al contrario, se i livelli della proteina venivano aumentati, diventavano cancerosi. Inoltre, topi geneticamente modificati per produrre maggiori quantità di Pokemon hanno sviluppato vari tipi di tumori. In una seconda parte dello studio sono stati esaminati tessuti tumorali umani provenienti da vari organi e, in tutti i casi, sono state trovate alte concentrazioni di Pokemon. In particolare, nel caso dei linfomi a cellule B e T, una maggiore produzione della proteina è risultata associata a forme più aggressive. Ulteriori analisi suggeriscono che l'effetto cancerogeno della Pokemon dipenda dalla sua capacità di inibire l'Arf, una proteina con azione anti-tumorale. La ricerca sull'applicazione pratica è già iniziata, dal giorno stesso della scoperta. “È in corso lo screening per i farmaci che bloccano la funzione di Pokemon con sistemi automatici e robotizzati che riducono di molto i tempi”, spiega Pandolfi, ''Poi - aggiunge -ci saranno la sperimentazione del farmaco individuato e i tempi di approvazione''. A
RISCHIO CANCRO I BAMBINI NATI DA DONNE ESPOSTE A SMOG URBANO L’esposizione
di gestanti a inquinanti atmosferici non farebbe bene alla salute del
feto: i nati in aree inquinate rischierebbero 2-4 volte di più di morire
di tumore prima dei 16 anni. E' quanto riferito sul Journal of
Epidemiology and Community Health da George Knox dell'Università di
Birmingham. L’esperto, pur lasciando trapelare la massima cautela
nell’interpretazione dei suoi risultati e la necessità di approfondirli
con ulteriori studi, li ritiene significativi. Ma, avverte, nessuna
gestante deve sentirsi minacciata dall'inquinamento urbano perché il
rischio che un bambino si ammali di tumore, generalmente un caso ogni 1000
piccoli, è comunque basso anche in aree inquinate: 2-4 casi su 1000 nati.
Il ricercatore ha effettuato l'esame dei dati disponibili su decessi di
minori di 16 anni avvenuti tra il 1966 e il 1980 per leucemie o altri
tumori. Ha confrontato i luoghi di nascita dei giovanissimi con la mappa
delle emissioni di monossido di carbonio, composti organici volatili,
benzene, ossido di azoto e molti altri inquinanti atmosferici relativa
alla Gran Bretagna ma disegnata solo di recente. La mappa, quindi, ammette
lo studioso, non può rispecchiare fedelmente la situazione atmosferica
dei tempi in cui sono avvenute le nascite dei bambini considerati nel suo
studio. Ciò non toglie che secondo i suoi dati i bambini nati a un
chilometro da aree inquinate hanno un rischio di ammalarsi e morire di
tumore fino a quattro volte maggiore della media. Le emissioni più
pericolose sembrano quelle di monossido di carbonio e butadiene dovute ai
veicoli, afferma Knox, ricordando che recenti studi su animali hanno
dimostrato l'esistenza di effetti dell'inquinamento sulla salute del feto.
IL
MELANOMA PUO' REGREDIRE CON VACCINO A BASE DI PROTEINE TUMORALI Far regredire alcune forme di melanoma grazie a un vaccino a base di proteine tumorali. Questo il “sorprendente e inaspettato risultato” raggiunto dai ricercatori dell'Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, coordinati da Pierre Coulie. La proteina utilizzata è la MAGE-3, un antigene tumorale. Il vaccino, spiega Coulie sul 'Journal of Experimental Medicine', aumenta notevolmente il numero di cellule T killer prodotte dal sistema immunitario, che “attaccano il tumore”. Questi 'difensori' dell'organismo, in pratica, riescono a riconoscere le proteine tumorali non introdotte con il vaccino, ma localizzate nel corpo del paziente. Un comportamento che finora non era mai stato osservato perché, aggiungono gli scienziati, le cellule T non erano mai riuscite prima a “uccidere da sole” il tumore. “Il meccanismo osservato - afferma Culie - non è chiaro. Né in caso di buon funzionamento, dunque con la regressione del melanoma, né in caso di malfunzionamento”. Infatti non è stata osservata la regressione della malattia in tutti i pazienti trattati. L'ipotesi più accreditata dai ricercatori consiste in una sorta di 'effetto risveglio' innestato dal vaccino. In altre parole, dopo la vaccinazione l'antigene tumorale desta le cellute T, altrimenti inermi di fronte al melanoma, e le spinge ad attaccare il tumore.
NELLA
BOCCA IL FUMO AUMENTA DI 4 VOLTE UNA MOLECOLA TUMORALE La combustione di sostanze durante il fumo di sigaretta fa aumentare di quattro volte nella bocca i livelli di una molecola legata al cancro. Secondo quanto riferito sulla rivista Cancer Research quest'azione aiuta a spiegare perche' la sigaretta aumenta il rischio di cancro alla mucosa orale e alla gola. Inoltre i ricercatori del Weill Medical College della Cornell University hanno dimostrato il meccanismo biologico alla base di tale innalzamento dei livelli di Cox-2 e pensano che, bloccando la cascata di reazioni biochimiche innescata dalle sigarette, si possa ridurre il rischio di cancro dei fumatori. Attraverso analisi della mucosa orale dei fumatori, ha spiegato il coordinatore della ricerca Andrew Dannenberg, e' emerso il surplus di Cox-2 in questi tessuti. Dopo questa osservazione gli scienziati hanno estratto cellule della mucosa orale e le hanno lasciate crescere in vitro esponendole al fumo confermando che in breve tempo il livello di Cox-2 si innalza. Studiando a fondo cosa avviene nelle cellule in vitro gli esperti hanno scoperto che l'aumento della molecola responsabile, Cox2, e' il risultato dell'attivazione del recettore per il fattore di crescita epiteliale (EGFR), una molecola a sua volta gia' nota per il suo coinvolgimento nel cancro. In particolare, ha spiegato l'esperto, il fumo stimola la produzione di due molecole che attivano il recettore EGFR. Inibendo la produzione di queste due molecole, ha aggiunto Dannenberg, oppure spegnendo direttamente il recettore, le cellule della mucosa coltivate in laboratorio smettono di produrre Cox-2 in eccesso. Questi risultati fanno ulteriore luce sui meccanismi con cui il fumo provoca il cancro, ha concluso l'esperto, ed evidenziano la possibilita' di evitare la malattia agendo a piu' livelli, non solo colpendo Cox-2 ma anche i fattori che ne inducono la produzione nelle cellule.
SARCOMA DI EWING, PROGETTO DI RICERCA UE Parte
grazie all’Unione europea un progetto di ricerca sul ‘sarcoma di
Ewing’ finanziato con due milioni e mezzo di euro e coordinato dagli
Istituti ortopedici Rizzoli (Ior) di Bologna. Il ‘sarcoma di Ewing’
e’ un tumore delle ossa che colpisce in prevalenza bambini e
adolescenti. E’ una malattia molto aggressiva, con decorso clinico
spesso infausto; le cure attuali hanno migliorato di molto le percentuali
di cura, ma il prezzo da pagare in molti casi e’ alto in termini di
tossicita’, funzionalita’ degli arti ed effetti collaterali. Per
vincere la battaglia contro questo male servono nuovi farmaci creati
secondo la filosofia delle ‘terapie a bersaglio’, cioe’ farmaci in
grado di colpire e inattivare selettivamente i meccanismi maggiormente
responsabili della progressione della malattia. Ma proprio qui sta la
difficolta’: le ‘terapie a bersaglio’ sono per definizione terapie
create in modo specifico per le diverse patologie, e nel caso del
‘sarcoma di Ewing’, come del resto per tutte le malattie rare, le case
farmaceutiche sono poco interessate a sviluppare farmaci con mercato
ridotto. Essenziali sono quindi i finanziamenti pubblici, e con il
progetto finanziato dall’Ue, partito in questi giorni, sara’ possibile
ottenere questi nuovi farmaci. E’ affidato al dipartimento di oncologia
muscolo- scheletrica degli istituti Rizzoli il coordinamento e la
realizzazione di gran parte del progetto, che vede il coinvolgimento di
altri servizi e divisioni Ior e di gruppi di ricerca francesi, spagnoli,
tedeschi, austriaci, russi e finlandesi. Al progetto partecipano anche due
piccole ditte, una italiana e una francese, che riceveranno finanziamenti
per la creazione di specifiche armi diagnostiche e terapeutiche.
L’obiettivo e’ quello di avere fra tre anni a disposizione nuovi
farmaci e nuove strategie da poter utilizzare nella cura di questi piccoli
pazienti. Per il dottor Piero Picci, direttore scientifico degli Istituti
ortopedici Rizzoli, istituto a carattere scientifico dove si cura il
maggior numero di tumori ossei a livello mondiale (circa 600 all’anno),
“adesso che le percentuali di guarigione sono accettabili si puo’
cominciare anche a pensare alla qualita’ della vita di questi pazienti,
ma per questo e’ necessario riuscire a disegnare nuove strategie
terapeutiche”. TIROIDE,
NUOVE STRATEGIE DIAGNOSI RECIDIVE Buone notizie per chi ha avuto un carcinoma della tiroide: per individuare eventuali recidive non e’ piu’ necessario sospendere la terapia ormonale. Grazie alla somministrazione per via intramuscolare dell’ormone Tsh umano, frutto di tecniche di ingegneria genetica, il paziente puo’ ora evitare tutti quei disagi che derivavano dalla prolungata interruzione della terapia, necessaria per poter effettuare il periodico controllo. Lo ha reso noto il professor Alfredo Pontecorvi, ordinario di endocrinologia all’Universita’ Cattolica di Roma, a un convegno su ‘terapia e monitoraggio del carcinoma tiroideo differenziato’ presso il Policlinico universitario ‘Gemelli’ di Roma. In passato, ha spiegato il medico, il monitoraggio di recidive di questo tipo di carcinoma si effettuava solo dopo la sospensione della terapia ormonale con L-tiroxina, allo scopo di far aumentare i livelli circolanti di Tsh, l’ormone che stimola la funzione delle cellule tiroidee. In questo modo, le cellule tiroidee residue hanno la capacita’ di immagazzinare al loro interno lo iodio radioattivo e di essere pertanto visualizzate alla scintigrafia. Inoltre, la stimolazione del Tsh fa produrre la tireoglobulina, una proteina esclusivamente prodotta dalle cellule tiroidee e, per questo, marker tumorale specifico dei tumori tiroidei. Ma la sospensione della terapia determinava nel paziente una condizione di ipotiroidismo acuto e grave, compromettendo notevolmente la sua capacita’ lavorativa e la qualita’ della vita e, a volte, con rischi per la sua salute. Ora, grazie al Tsh ricombinante, ormone identico a quello umano prodotto mediante le tecnologie di biologia molecolare, tutto questo fa parte del passato. “Inoltre ha detto ancora Pontecorvi - recenti innovazioni diagnostiche, soprattutto nel campo delle tecniche di immagine e di genetica molecolare, consentono una diagnosi precoce delle recidive tumorali e, di conseguenza, il loro pronto ed efficace trattamento. Mi riferisco in particolare alla ecografia color-doppler dei linfonodi del collo, dove piu’ frequentemente albergano le metastasi dei tumori tiroidei, che consente di visualizzare linfonodi sospetti con un’ accuratezza diagnostica anche superiore a quella della scintigrafia. Questi linfonodi possono essere quindi indagati mediante citologia agoaspirativa implementata da procedure di genetica molecolare che consentono di evidenziare la presenza anche di poche cellule tiroidee neoplastiche”. Un’altra tecnica di immagine di recente introduzione e molto utile nella localizzazione di metastasi tumorali e’ la tomografia ad emissione di positroni, la Pet, che, soprattutto dopo stimolazione con il TSH umano ricombinante, consente di evidenziare e localizzare metastasi tiroidee non visualizzabili con la scintigrafia tradizionale. Il tumore della tiroide e’ insidioso e spesso non da’ segni di se’ per lungo tempo, poiche’ cresce molto lentamente. La sua prevalenza e’ in continuo aumento (attualmente costituisce l’1-2 per cento di tutti i tumori maligni), sia per le migliorate capacita’ diagnostiche che per gli effetti dannosi della contaminazione ambientale, in particolare delle radiazioni ionizzanti (come l’incidente di Chernobyl del 1986 ha dimostrato). Grazie alla notevole efficacia delle misure terapeutiche che oggi possono essere messe in atto, la sopravvivenza e’ tuttavia molto elevata (oltre il 90% dei pazienti a 20-30 anni dalla diagnosi). Come per tutta la patologia tiroidea, le donne sono colpite dal tumore della tiroide in misura maggiore rispetto agli uomini.
SCOPERTI
NUOVI GENI DIRETTAMENTE SU CELLULE MALATE Nuovi
geni responsabili di scatenare il tumore del seno sono stati individuati
per la prima volta direttamente nelle cellule malate grazie ad una tecnica
nata dalla collaborazione fra il Nobel Renato Dulbecco e il Reparto Genoma
Umano dell'Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio Nazionale delle
Ricerche (CNR) di Milano. La scoperta, pubblicata sulla rivista
dell'Accademia americana delle Scienze (PNAS) apre anche la strada
all'ipotesi che le cellule staminali possano essere direttamente coinvolte
nello sviluppo dei tumori, come aveva anticipato nel dicembre scorso lo
stesso Dulbecco. Se lo studio su PNAS riguarda il tumore del seno, un
secondo studio condotto sugli stessi autori e pubblicato sulla rivista
Human Molecular Genetics riguarda il tumore del polmone e il modo in cui
alcune sostanze nocive, come il fumo di sigaretta e le sostanze inquinanti
presenti nell'aria, abbiano effetto su alcuni punti fragili del DNA,
talloni di Achille che aprono la via al tumore. Il primo lavoro,
pubblicato su PNAS, descrive il nuovo metodo messo a punto in Italia per
isolare e analizzare esclusivamente le cellule tumorali, ha detto il
direttore del Reparto Genoma Umano dell'istituto del CNR, Paolo Vezzoni.
La tecnica, studiata per il momento sul tumore del seno, consiste
nell'isolare le cellule tumorali con il laser e nell'estrarre da esse il
materiale genetico, evitando così ogni passaggio intermedio che potrebbe
alterarne le caratteristiche, come quello della coltura in vitro. Una
volta ottenuto il materiale genetico delle cellule tumorali, i geni sono
stati confrontati con quelli presenti nelle cellule sane. “Abbiamo visto
così - ha aggiunto il ricercatore - che alcuni geni erano più espressi
nelle cellule malate ed altri meno”. Nulla di sorprendente in questo
risultato, considerando che fra i circa 30.000 geni che formano il DNA
umano alcuni hanno il compito di frenare la crescita illimitata delle
cellule (oncosoppressori) e altri quello di stimolarla (oncogeni). “La
metodica, basata su una procedura di microdissezione del campione di
tumore umano che consente di analizzare un piccolo numero di cellule
sicuramente neoplastiche, ha consentito per la prima volta - ha osservato
Dulbecco - di ottenere dati che definiscono realmente l'espressione di
geni nelle cellule tumorali umane derivate da cancro della mammella”.
Tuttavia proprio da questo primo dato derivano due importanti novità: la
prima è stata la possibilità di isolare per la prima volta geni
specifici di una particolare forma di tumore; in secondo luogo la ricerca
ha fornito una prima evidenza del legame fra cellule staminali e tumori.
“Un legame possibile, ma non ancora dimostrato”, ha osservato Vezzoni.
Tra le ricadute principali della ricerca, Dulbecco ha osservato che “i
geni identificati contribuiranno a definire un insieme di marker che
potrebbe essere utile per la diagnosi e la prognosi e consentiranno di
identificare nuovi bersagli verso cui indirizzare la terapia
antitumorale”. Nel secondo lavoro, pubblicato su Human Molecular
Genetics e dedicato agli effetti sul DNA di sostanze tossiche, è stata
scoperta una sostanza capace di aiutare a contrastare gli effetti di
questi agenti pericolosi. Uno degli organi più esposti alle sostanze
nocive è il polmone, nel quale l'origine del tumore può essere
determinata da un sito fragile presente sul cromosoma 3. I siti fragili,
ha osservato Dulbecco, “sono particolari punti all'interno dei cromosomi
che mostrano una certa propensione alla rottura”. Una volta che il
cromosoma si spezza, ricomporre la situazione originale diventa un evento
rarissimo. E' invece molto più probabile che avvengano riarrangiamenti
del cromosoma che portano a instabilità e quindi alla comparsa del
cancro. Ma una sostanza scoperta dai ricercatori del CNR, una proteina
chiamata coesina, gioca un ruolo fondamentale nel proteggere i cromosomi
umani da queste rotture SENO,
LE PROPRIETA’ DELL’OLIO D'OLIVA L'olio
d'oliva potrebbe divenire un ottimo 'condimento' per la chemioterapia per
combattere il cancro al seno, migliorandone l'efficacia ed impedendo
l'innescarsi di resistenze farmacologiche. E' la nuova prospettiva
terapeutica offerta dai risultati degli esperimenti di Javier Menendez,
della Northwestern University Feinberg School of Medicine di Chicago che
hanno svelato il meccanismo dell'azione anti-cancro dell'olio. Secondo
quanto riferito sugli Annals of Oncology, i grassi di questo olio
abbassano del 46% i livelli di uno dei principali oncogeni causa del
carcinoma alla mammella e stimolano il funzionamento di un farmaco che ha
come bersaglio proprio questo oncogene. Ciò spiega il minor rischio per
questa neoplasia tipico delle donne dei paesi mediterranei, come
dimostrato in passato con numerose indagini epidemiologiche su campioni di
popolazione femminile. I ricercatori, arrivati per primi a queste
spiegazioni biochimiche, adesso puntano ad allestire nuove indagini
epidemiologiche per vedere se le donne malate che usano l'extravergine a
tavola rispondono meglio alle terapie oncologiche. In un secondo tempo si
potrà anche pensare ad inserire le molecole di base dell'olio come
adiuvanti delle terapie stesse. Gli studiosi hanno voluto indagare il
motivo degli effetti protettivi del condimento per trovare il motivo della
minor diffusione del carcinoma mammario nel Sud d'Europa. Così gli
esperti hanno studiato l'effetto dell'acido oleico, molecola principale
dell'extravergine, su cellule malate coltivate in laboratorio. L'acido
oleico ha effetto contro le cellule tumorali perché riduce del 46%
l'attività del gene Her-2/neu, un oncogene che è rovinosamente
iperattivo in un caso su cinque di carcinoma mammario e la cui iperattività
è legata a tumori con prognosi più delicata. Inoltre i ricercatori si
sono accorti che l'acido oleico interagisce con il farmaco 'herceptin', un
anticorpo monoclonale che riconosce e lega, intrappolandola, la proteina
prodotta proprio da Her-2/neu. E, se ciò non bastasse a riporre la
fiducia degli oncologi sull'olio extravergine, l'acido oleico stimola
l'attività di un gene oncosoppressore, ovvero un freno naturale della
crescita del tumore che serve a produrre la proteina p27Kip1. Questa
molecola è a sua volta importante perché impedisce alla paziente di
divenire resistente all'erceptina. L'acido oleico, quindi, è protettivo
per le donne, agendo su più fronti. Adesso dunque i ricercatori puntano a
verificare se la presenza dell'olio nella dieta della paziente potenzi
l'efficacia delle terapie oncologiche cui essa si sottopone e se allontani
il rischio di resistenza all'herceptin. In un secondo momento, hanno
concluso i ricercatori, con test su animali si potranno sviluppare le
premesse per l'aggiunta dell'acido oleico nelle terapie farmacologiche
contro il cancro al seno, per rendere le terapie stesse più efficaci e
ridurre il rischio di resistenza farmacologica. L’EPATITE C AUMENTA I RISCHI DI LINFOMA NON-HODGKIN L'epatite C aumenta i rischi di linfoma non Hodgkin. C'è un legame, infatti, tra l'infezione e questa forma tumorale. Il nesso è una malattia rara, la crioglobulinemia, che spesso si manifesta come conseguenza dell'epatite C e aumenta di ben 35 volte il rischio di sviluppare linfoma non Hodgkin. A scoprirlo alcuni ricercatori italiani in uno studio coordinato da Fulvio Invernizzi, dell'Università di Milano, e pubblicato sulla rivista Archives of Internal Medicine. A scatenare la crioglobulinemia è un cambiamento nella solubilità delle immunoglobuline (Ig), gli anticorpi diretti contro i microbi. Nei pazienti colpiti uno o più classi di Ig rimangono 'cristallizzate' in piccoli aggregati non funzionali finché la temperatura dell'organismo è al di sotto dei 37° C. Precedenti ricerche avevano già suggerito che la malattia favorisse il linfoma non Hodgkin, ma questo è il primo studio che lo dimostra e che stabilisce la percentuale di rischio di linfoma nei pazienti con crioglobulinemia. Nel corso dello studio - frutto della collaborazione di diversi ospedali ed Università italiane, tra cui quelle di Napoli, Ancona, Padova, Udine e Pisa - è stato analizzato un campione di 1.255 pazienti con crioglobulinemia distribuiti negli 11 centri del 'Gruppo di Studio Italiano sulla Crioglobulinemia'. Oltre il 90% dei pazienti soffriva della forma II di crioglobulinemia, causata dall'aggregazione di diversi tipi di Ig. I pazienti sono stati seguiti per circa otto anni e si sono verificati 59 nuovi casi di linfoma non Hodgkin, di cui il 34% era del tipo 'aggressivo'. Generalmente, il linfoma non Hodgkin si manifestava a distanza di sei anni dall'inizio della crioglobulinemia. Ma la malattia non sembra pregiudicare la risposta alle terapie contro il tumore. Le percentuali di guarigione, infatti, sono state simili a quelle riportate nei pazienti colpiti solo da linfoma.
PIU' RISCHI COLON-RETTO PER CHI CONSUMA TROPPA CARNE ROSSA Meglio non esagerare con la carne rossa. Per gli amanti della tavola con un debole per i piatti a base di vitello, cavallo, manzo e simili in agguato rischi maggiori di tumore al colon e al retto. A lanciare l'allarme uno studio statunitense pubblicato sul Journal of the American Medical Association. I ricercatori dell'American Cancer Society di Atlanta, guidati da Michael J. Thurn, hanno 'monitorato' stile di vita, abitudini alimentari e dieta di 148.610 adulti con un'età media di 63 anni, sottoponendoli a questionari nel 1982 e, successivamente, tra il '92 e il '93. Nel 2001, a distanza di 19 anni dal primo questionario, sono stati rilevati ben 1.667 nuovi casi di cancro colorettale. Gli studiosi hanno notato che coloro che consumavano alti quantitativi di carne rossa e carni trattate avevano il 50% in più di possibilità di ammalarsi di queste forme tumorali rispetto a coloro che consumavano meno carne. Inoltre, il campione contraddistinto da una dieta a base di pesce e carni bianche evidenziava un rischio inferiore di circa il 25% di ammalarsi. NUOVE
'RIVELAZIONI' SU LEGAMI DIETA E TUMORI Tre nuovi studi scientifici appena pubblicati sulla rivista dei medici americani - 'Jama' - gettano inedita luce sul complesso e non completamente compreso legame tra abitudini alimentari e sviluppo dei tumori. Alcuni risultati sono sorprendenti e contraddicono anni di teorie e supposizioni: è il caso dell'indagine condotta in Europa su 500 mila donne per ben dieci anni. La ricerca ha scoperto che una dieta ricca di frutta e verdura non ha alcun effetto protettivo nel confronto dei rischi di sviluppare il cancro del seno. ”Questa assenza di funzioni protettive - si legge nel rapporto - è stata osservata nelle partecipanti di tutti i Paesi coinvolti”. Più scontato ma sempre allarmante invece l'esito dello studio dell'American Cancer Society che ha riscontrato un forte legame tra il consumo di carni rosse e l'aumento dei rischi di cancro del colon. I partecipanti che mangiavano insaccati, maiale, bacon o carne rossa più di una volta al giorno per anni hanno evidenziato un aumento delle probabilità di questo tipo di tumore pari sino al 50% in più rispetto ai meno carnivori. Infine una ricerca realizzata su 1,2 milioni di nord-coreani ha scoperto che i volontari con diabete e alti livelli di zucchero nel sangue avevano probabilità più alte di sviluppare cancro del pancreas, del fegato, del colon.
12/1/2005 NELL'EMBRIONE
I MECCANISMI CHE SCATENANO I TUMORI Giocano un ruolo importante durante lo sviluppo embrionale alcuni dei meccanismi che scatenano i tumori. Lo hanno scoperto, in embrioni di topo, i ricercatori italiani Antonio Iavarone e Anna Lasorella, che cinque anni fa hanno lasciato l'Italia per gli Stati Uniti, dove oggi lavorano presso l'Istituto per la ricerca genetica sul cancro della Columbia University di New York. La chiave della scoperta è nel ruolo che, durante lo sviluppo embrionale, svolge nelle cellule sane un gene noto per essere comune a molte forme di tumore, il gene Rb, soppressore del retinoblastoma. Durante lo sviluppo dell'embrione entra in gioco una famiglia di proteine chiamate Id (Id1, Id2, Id3 e Id4), che si comportano come il motore che spinge le cellule immature a moltiplicarsi continuamente. Al momento opportuno, però, questa crescita viene bloccata perché è necessario che le cellule immature comincino a differenziarsi e a specializzarsi per diventare, per esempio, cellule della pelle o dei muscoli, o ancora del cervello. A imporre lo stop è proprio il gene Rb . La scoperta indica quindi una nuova strada nella lotta ai tumori: anziché cercare di uccidere il maggior numero di cellule malate, come si fa attualmente, si può pensare di bloccarne la crescita spingendole a differenziarsi per diventare cellula adulte e quindi incapaci di generare tumori. “Se si trovasse il modo per spingere le cellule tumorali a specializzarsi diventerebbe possibile trasformare una cellula tumorale in una cellula sana”, hanno rilevato i ricercatori. Le proteine Id2, sulle quali hanno lavorato in particolare Iavarone e Lasorella, sono inoltre coinvolte in altre forme di tumore e in processi come la formazione di metastasi e dei vasi sanguigni che alimentano i tumori (angiogenesi). “Il prossimo passo - ha detto Iavarone - sarà verificare, nei topi, se eliminando la proteina Id è possibile perturbare la progressione del tumore”. Una volta verificato il processo si lavorerà per identificare le molecole che interferiscono con l'attività delle Id2 e quindi utilizzarle per trasformare le cellule tumorali in normali cellule del tessuto dal quale ha avuto origine il tumore. Naturalmente - ha aggiunto - sono necessari ancora molto tempo e molte ricerche prima che questa strategia si traduca in nuove possibilità terapeutiche. “Le proteine Id stanno diventando sempre più importanti nello studio dei tumori - ha osservato Iavarone - e stanno destando un grande interesse in tutto il mondo. E' un campo nel quale c’è ancora molto da fare e c'è ancora molto da scoprire sia sulla loro funzione sia sui modi per colpirle”. La mutazione del gene soppressore del retinoblastoma era stata identificata per la prima volta venti anni fa, nei bambini colpiti da questa forma di tumore tanto rara quanto aggressiva. Da allora si è scoperto che molte forme di tumore sono legate proprio ad un difetto di questo gene-guardiano e che in alcuni tumori che colpiscono i bambini al silenzio di questo gene corrisponde una notevole attività della proteina Id2. Per comprendere allora il ruolo del gene Rb nelle cellule sane, i ricercatori hanno studiato negli ultimi tre anni topi privati del gene ed hanno osservato che già durante lo sviluppo embrionale venivano colpiti da una forma di anemia che li uccideva prima della nascita. La causa, hanno scoperto, è nel fatto che le cellule embrionali non riescono a specializzarsi per diventare macrofagi, ossia le cellule indispensabili alla sopravvivenza dei globuli rossi che trasportano l'ossigeno nel sangue. In altre parole, la mancanza del gene Rb lasciava lavorare indisturbate le proteine Id, che impedivano alle cellule embrionali di differenziarsi e diventare cellule adulte specializzate, nel caso particolare macrofagi. “Il fatto che un gene soppressore dei tumori sia coinvolto nel processo di differenziazione, contrastando la funzione delle proteine Id, è - secondo i ricercatori - una scoperta molto importante che spiega perché i tumori umani più aggressivi, nei quali c'é una notevole presenza di Id2, perdono le loro proprietà di cellule specializzate”. ACIDO
RETINOICO EFFICACE CONTRO I LINFOMI NON HODGKIN Un
derivato della vitamina A già utilizzato con successo nella cura di
alcune forme di leucemia, l'acido retinoico, sta dimostrando la sua
efficacia anche contro alcuni linfomi non Hodgkin resistenti alle terapie
convenzionali, in particolare il linfoma mantellare. E' quanto emerso da
uno studio multidisciplinare coordinato da un ricercatore del Centro di
riferimento oncologico (CRO) di Aviano, Riccardo Dolcetti, e in corso di
pubblicazione sulla rivista Cancer Research. Grazie ad una sperimentazione
svolta dal gruppo di Dolcetti, è stato possibile verificare l'attività
terapeutica dell'acido retinoico anche su cellule tumorali ottenute
direttamente da pazienti con linfoma mantellare. Oltre a chiarire i
meccanismi molecolari alla base di tale effetto terapeutico, lo studio
dimostra che l'acido retinoico è in grado di inibire anche lo stimolo
alla crescita che le cellule del linfoma possono ricevere da fattori
circostanti. E' noto infatti che, pur replicandosi autonomamente, le
cellule di molti tumori sono spinte a moltiplicarsi anche da fattori
prodotti da cellule normali presenti all'interno dello stesso tumore. La
presenza di alcuni di questi fattori è stata documentata da analisi,
condotte da altri due ricercatori del CRO, su biopsie di tessuti colpiti
da tumore.
FRUTTA
CONTRO IL CANCRO ALLA PROSTATA Una ricerca dell'Università Curtin di Perth, in Australia, indica che mangiare arance, frutta rossa come pomodori e angurie, o ortaggi come peperoni rossi, zucche e spinaci, può ridurre tale rischio fino al 50%. Lo studio, pubblicato dalla rivista International Journal of Cancer, dimostra che il licopene e gli altri carotenoidi che si trovano in tale frutta e verdura, grazie alle loro proprietà antiossidanti aiutano a prevenire i danni alle cellule, che rappresentano uno dei fattori principali nello sviluppo del cancro. La ricerca della Scuola di sanità pubblica dell'ateneo ha studiato un totale di 404 cinesi, meta dei quali affetti da cancro alla prostata e gli altri che non soffrivano di alcuna forma di cancro, comparando i due gruppi in base a fattori dietetici e di stile di vita. Lo studio è stato condotto nella provincia cinese di Hangzhou per via della sua numerosa popolazione, della dieta relativamente stabile dei residenti più anziani e del fatto che l'incidenza di cancro alla prostata è molto più bassa che in Australia. Lo studio ha dimostrato che il rischio di sviluppare cancro alla prostata e ridotto di circa metà negli uomini che consumano i tipi indicati di frutta e verdura. “Raccomandiamo di mangiare più frutta e verdura gialla, arancione e rossa come pomodori, angurie, agrumi e zucche, oltre a verdure scure come gli spinaci, perché il rischio di cancro alla prostata diminuisce con l'aumento del consumo di licopene di altri carotenoidi che esse contengono”, ha dichiarato il prof. Colin Binns, uno degli autori dello studio. “Il licopene che si trova nella colorazione rossa di frutta e verdura è un potente antiossidante che aiuta a prevenire i danni al Dna delle cellule, cioè uno dei fattori chiave nello sviluppo dei tumori”. “Il licopene, inoltre, rallenta la crescita delle cellule cancerose. Raccomandiamo quindi di mangiare due porzioni di frutta e cinque di verdure ogni giorno”. ITALIANI SCOPRONO 'TALLONE D'ACHILLE' DEL NEUROBLASTOMA Scoperto il tallone d'Achille del neuroblastoma, il più frequente tumore fra i bambini e ad elevata mortalità. I ricercatori dell'ospedale Gaslini e dell'Università di Genova, coordinati dal direttore scientifico del Gaslini Lorenzo Moretta e da Alessandro Moretta, professore di Istologia all'ateneo genovese, hanno svelato un nuovo meccanismo di uccisione dei tumori, che potrà avere applicazioni nella cura del neuroblastoma. Lo studio sarà pubblicato su 'Cancer Research'. Analizzando le cellule tumorali di molti casi di neuroblastoma, l'equipe ha dimostrato che sulla superficie cellulare di un gruppo di questi tumori si trova una proteina chiamata PVR, che gioca un ruolo importante per dare scacco al cancro. Solo quei tumori che la attivano, infatti, vengono aggrediti e uccisi dalle nostre cellule 'NK', un esercito di linfociti specializzati contro il cancro. I neuroblastomi che non hanno questa proteina, sfuggono all'attacco delle cellule NK. La proteina, hanno scoperto i ricercatori, attiva specifici recettori che la riconoscono e mobilitano i linfociti killer. Si potranno identificare, così, quei casi di neuroblastoma dotati di PVR, che rispondono a una terapia immunologica basata sul potenziamento delle cellule killer. Questi nuovi approcci terapeutici fanno parte di un programma di ricerca clinica in corso all'Istituto Gaslini.
CANCRO DELLA VESCICA: STOP
ALLA CHIRURGIA RADICALE A TUTTI I COSTI Nuove
speranze per chi viene colpito da tumore della vescica. Nella attuale
pratica medica infatti quando la neoplasia intacca i muscoli circostanti,
il paziente è costretto a sottoporsi a rimozione chirurgica dell’organo
(cistectomia radicale). Ma se la neoplasia è circoscritta questo
intervento invasivo può essere evitato. È quanto risulta da uno studio
condotto da un gruppo di ricerca italiano dell’ENEA di Roma. La
dottoressa Donatella Tirindelli Danesi e gli altri ricercatori del centro
di Casaccia hanno verificato
nel lungo periodo le condizioni di 77 pazienti a cui era stato prelevata
solo la parte di vescica colpita e sottoposti a cicli di radio e
chemioterapia. Dei 72 pazienti che si sono potuti controllare, 65 hanno
dato una risposta completa e 7 una parziale. Dopo un follow up di 7 anni
in media, tra i pazienti che avevano dato una risposta completa 44 (il
57%) erano ancora vivi, 33 non manifestavano alcun segno di tumore della
vescica. Il tasso di sopravvivenza a 5 anni era del 58%. “Si tratta di
risultati significativi – commenta la dottoressa Danesi sulla rivista
Cancer – in casi selezionati è possibile infatti offrire a tutti quei
pazienti che temono un trattamento radicale una concreta alternativa con
tassi di sopravvivenza paragonabili a quelli ottenuti con cistectomia
radicale”. “Grazie a questo intervento –aggiunge la dottoressa - è
possibile mantenere, nella
maggioranza dei casi, la normale funzionalità della vescica”.
LEUCEMIA, PROMETTENTI DUE FARMACI SPERIMENTALI Nuove speranze per i malati di leucemica mieloide cronica e di leucemia acuta linfatica dal congresso dell'American Society of Hematology che si sta svolgendo a San Diego in California: due farmaci in fase ancora sperimentale stanno dando risultati promettenti per i malati che hanno sviluppato resistenza ai trattamenti sinora disponibile. La preoccupazione per questi pazienti era salita negli ultimi anni dopo che il medicinale Gleevec - giudicato inizialmente un prodotto del 'miracolo' - aveva mostrato di causare in alcuni casi il fenomeno della resistenza. La leucemia mieloide cronica è caratterizzata da una crescita incontrollata di alcuni globuli bianchi nel sangue. Il nuovo prodotto chiamato 'BMS-354825' ha mostrato di riportare il numero dei globuli bianchi a livello normale nell'86% dei malati - tutti nella fase iniziale del tumore - sui quali è stato sperimentato. Per quanto riguarda i pazienti ad uno stadio più avanzato del cancro del sangue sui quali è stato usato lo stesso medicinale, più della metà di loro ha evidenziato miglioramenti analoghi. Ciò che resta da capire è quanto a lungo i miglioramenti durano. Un secondo prodotto chiamato AMN107 - ha invece mostrato di indurre miglioramenti in più della metà di 69 malati colpiti da leucemia linfatica acuta su cui è stato usato. Si tratta di studi ancora preliminari (Fase I), spiegano gli esperti, che mirano a dimostrare la sicurezza dei due medicinali, tuttavia i primi test sembrano promettenti.
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